Provate a guardare la vostra bolletta della luce e a pensare che, tra le varie voci che compongono quel totale spesso indigesto, potrebbe presto nascondersi il costo per tenere in vita dei “fantasmi” industriali. È questa la sensazione che si prova osservando le ultime mosse sulla gestione delle centrali a carbone in Italia. Da un lato il mondo corre, le tecnologie per le batterie diventano accessibili e il gas sembra quasi abbondare, ma dall’altro lato il nostro Paese sembra rimasto incastrato in un loop temporale che ci trascina indietro, verso la fonte energetica più anacronistica e inquinante che conosciamo.
Tra sicurezza energetica e sprechi: il conto delle centrali a carbone inutilizzate
Il punto non è solo ecologico, ma profondamente economico e logico. Avevamo una data di scadenza chiara, il 2025, per dire addio definitivamente al carbone. Invece, ci ritroviamo a discutere di come mantenere in piedi impianti come quelli di Brindisi e Civitavecchia che, a conti fatti, il mercato ha già bocciato. Nel 2024 queste strutture hanno contribuito a malapena per l’uno per cento del fabbisogno nazionale. In pratica, sono giganti stanchi che restano accesi al minimo, non perché servano davvero a far girare le lavatrici degli italiani, ma perché qualcuno ha deciso che spegnerli è troppo complicato o rischioso.
Il vero nodo della questione, quello che dovrebbe farci drizzare le antenne, è capire chi stia effettivamente staccando l’assegno per questa operazione. Gestire una centrale che non produce quasi nulla costa una fortuna: tra stipendi, manutenzioni ordinarie e sicurezza, parliamo di circa cento milioni di euro all’anno. E qui arriviamo al bivio che il Governo sta affrontando in queste ore. Da una parte c’è l’opzione più cinica, ovvero spalmare questi costi direttamente sulle nostre bollette sotto forma di oneri di sistema. Dall’altra, si fa strada l’idea di trasformare questi siti in “asset strategici” per la sicurezza nazionale, il che significa che il conto passerebbe dalla bolletta alla fiscalità generale, finendo nel calderone del debito pubblico.
In entrambi i casi, la sostanza non cambia: stiamo pagando per mantenere lo status quo invece di investire sulla trasformazione. È un paradosso quasi teatrale. Mentre gli esperti spiegano che il carbone è ormai fuori mercato per via dei costi altissimi della CO2, la politica italiana cerca il modo di sussidiare queste emissioni. In Sardegna la situazione è ancora più delicata, legata a ritardi infrastrutturali storici, ma il copione è lo stesso: si rimanda il futuro perché gestire il presente è diventato un esercizio di pura conservazione. Invece di bonificare le aree e restituirle a nuove attività produttive o civili, preferiamo tenerle in un limbo costoso che blocca ogni vera innovazione. Vi viene da chiedervi se non sia il caso di pretendere un po’ più di coraggio nella gestione della nostra energia, visto che, alla fine della fiera, siamo sempre noi a pagare il prezzo di questa indecisione.
