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La tecnica più interessante e proficua per il momento individuata dai ricercatori è quella dell‘elettrolisi potenziata dalle radiazioni (radiation-enhanced electrolysis). . L’idea alla base di questo sistema nasce dalla forte esigenza di ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti prodotti dalle scorie nucleari. Parliamo di una quantità non indifferente che ammonta ad oltre 4 milioni di metri cubi attualmente stoccati nel mondo. Inoltre, può essere d’aiuto per aumentare la produzione di idrogeno, che resta l’elemento chiave per la transizione energetica.
Nucleare e idrogeno, la svolta per l’energia prodotta
Un altro approccio è la catalisi con composti di uranio. In questo caso, l’accelerazione si ha riducendo l’uso di metalli rari e costosi. La produzione di idrogeno tramite scorie radioattive permetterebbe anche di ridurre i costi logistici e lo spazio necessario per lo stoccaggio a lungo termine di queste risorse. Tuttavia, la strada per l’applicazione industriale a 360 gradi è ancora lunga. Il principale ostacolo riguarda la rigidità delle normative che regolano la manipolazione dei materiali radioattivi. Un dettaglio non di poco conto e che fa la differenza in casi così delicati.
Il risultato di questa doppia evoluzione è che nucleare e idrogeno non competono, ma si potenziano a vicenda. I reattori avanzati possono fornire l’energia stabile necessaria a produrre idrogeno su larga scala; l’idrogeno, a sua volta, può essere stoccato, trasportato e utilizzato per alimentare industrie pesanti, trasporti e reti energetiche difficili da elettrificare. Una sinergia che punta a creare un sistema più resiliente, più sicuro e meno dipendente dalle fluttuazioni climatiche.











