Una nuova causa scuote il mondo della tecnologia e dei contenuti digitali. Cameo, la piattaforma americana nota per i video personalizzati di celebrità e influencer, ha citato in giudizio OpenAI. L’accusa? Violazione del marchio registrato. Al centro della disputa c’è la funzione “cameo” lanciata da Sora 2, l’app video di OpenAI. Secondo l’azienda californiana infatti, essa rischierebbe di confondere gli utenti e danneggiare la reputazione costruita in oltre sette anni di attività.
La causa è stata depositata presso un tribunale federale della California. Il suo obiettivo? Ottenere un risarcimento economico e un’ingiunzione che vieti a OpenAI l’uso del termine “cameo” o “cameos” nei propri prodotti. Cameo, fondata nel 2017, si è affermata come un punto di riferimento per chi desidera acquistare brevi messaggi video da parte di personaggi famosi. Un modello basato sull’autenticità e sulla connessione diretta tra fan e celebrità. Proprio per questo, la società teme che l’associazione del suo nome con avatar generati dall’AI possa danneggiare la sua immagine di genuinità e fiducia.
OpenAI difende la funzione “cameo” di Sora e replica alle accuse di violazione
La funzione “cameo” introdotta da OpenAI lo scorso 30 settembre permette agli utenti di creare avatar digitali di se stessi, condivisibili e riutilizzabili nei video generati da Sora. Una trovata tecnologicamente avanzata ma già al centro di diverse polemiche. Ciò soprattutto per la presenza di deepfake non autorizzati e contenuti giudicati poco sicuri. Cameo, nella sua denuncia, definisce questi video come “AI slop”. Ovvero materiale artificiale di bassa qualità, in più sostiene che la loro diffusione possa ledere la reputazione del proprio marchio, basato su contenuti reali e verificati.
Il CEO di Cameo, Steven Galanis, ha spiegato di aver tentato una risoluzione amichevole prima di procedere per vie legali. Secondo la società, OpenAI avrebbe scelto di utilizzare volutamente la parola “cameo” per sfruttare la notorietà del marchio esistente. Proprio l’obiettivo di rafforzare la riconoscibilità della funzione di Sora. Dal canto suo, OpenAI ha risposto attraverso il portavoce Oscar Haines, sostenendo di “non condividere le accuse” e di considerare “cameo” un termine di uso comune, non esclusivo di un solo marchio. L’azienda ha anche dichiarato di essere pronta a difendere la propria posizione in tribunale.
La disputa, che mette a confronto proprietà intellettuale e innovazione AI, rischia di diventare un precedente importante per tutto il settore. Se Cameo dovesse vincere, il caso potrebbe limitare l’uso di termini comuni all’interno di prodotti digitali generativi. Se invece la controparte avesse la meglio, verrebbe rafforzata la libertà di impiego di parole generiche in ambito tecnologico.
