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Nuove prospettive legate al permafrost
Un recente studio dell’Università del Colorado Boulder offre nuove prospettive sul fenomeno. I ricercatori hanno analizzato quanto rapidamente i microbi congelati riescono a riprendere la loro attività metabolica dopo il disgelo. Con l’obiettivo di comprendere il loro contributo al rilascio di gas serra. Tra cui metano e anidride carbonica. I risultati mostrano che il processo di risveglio è molto più graduale di quanto spesso si immagini. Nei campioni di suolo più antichi e profondi, la ripresa dell’attività biologica è rimasta quasi impercettibile per settimane. Accelerando solo dopo lunghi periodi di esposizione al calore.
Ciò che emerge è un elemento cruciale per la comprensione del fenomeno. Non è tanto la temperatura a determinare la velocità del risveglio microbico, ma la durata del disgelo. Se il terreno ha il tempo di restare parzialmente congelato o di ricongelarsi rapidamente, il rilascio di carbonio organico nell’atmosfera potrebbe essere contenuto. Al contrario, estati più lunghe e calde favorirebbero la degradazione biologica del suolo e, di conseguenza, un incremento delle emissioni.
Il tema non è privo di incertezze. Le analisi mostrano che il permafrost superficiale tende a liberare soprattutto anidride carbonica. Mentre quello profondo emette prevalentemente metano. Ma le variazioni tra i campioni restano ampie. La composizione chimica del suolo, la disponibilità di ossigeno e la diversità delle comunità microbiche influenzano in modo decisivo i risultati. Rendendo difficile stimare l’impatto complessivo sul clima globale. Eppure, gli studiosi concordano sul fatto che il processo, anche se lento, rappresenta un potenziale meccanismo di autoalimentazione del riscaldamento globale. In cui il disgelo del permafrost contribuisce a immettere nuovi gas serra nell’atmosfera.









