Gli inalatori usati da milioni di persone affette da asma o BPCO sembrano strumenti ordinari per la salute. Eppure, dietro al gesto quotidiano “un puff e via”, esiste un impatto ambientale che difficilmente appare sui radar. Secondo recenti studi, i dispositivi più comuni potrebbero contribuire a generare oltre 2 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno solo negli Stati Uniti.
La chiave del problema è il tipo di inalatore: i modelli a “spruzzo pressurizzato” (i cosiddetti metered-dose inhaler) contengono gas propellenti con un forte potenziale per il riscaldamento globale. Quando il paziente lo utilizza — e spesso anche quando il dispositivo viene gettato — queste sostanze vengono rilasciate nell’atmosfera, con un effetto cumulativo sorprendente.
Perché gli inalatori fanno più male di quel che pensiamo
I modelli più diffusi negli USA, ad esempio, sono responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni legate a questi dispositivi. Le alternative, come i “dry powder inhaler”, che utilizzano la respirazione del paziente per erogare il farmaco e non richiedono gas propellenti con forte effetto climatico, sono meno inquinanti, ma nel sistema americano in particolare restano meno usati a causa del prezzo, per abitudine o per l’assenza di una copertura assicurativa.
In concreto, l’emissione media di CO₂ per inalatore può sembrare modesta (alcune decine di chilogrammi di CO₂ equivalente), ma moltiplicata per decine di milioni di unità la somma diventa rilevante. Ecco perché l’insieme di questi piccoli strumenti sanitari arriva a generare un carico paragonabile a quello di centinaia di migliaia di automobili ogni anno.
Quali soluzioni? Ridurre l’impatto senza compromettere la salute
Naturalmente, è fondamentale che i pazienti continuino a ricevere cure efficaci. Però è altrettanto importante che istituzioni sanitarie, aziende farmaceutiche e professionisti del settore considerino l’impatto ambientale nella scelta del dispositivo e aiutino i pazienti ad optare per altre risorse. Passare in modo controllato a modelli a basso impatto, promuovere il riciclo degli inalatori usati e incentivare gli scambi normativi sono tutte strade percorribili.
In parallelo, una maggiore consapevolezza del paziente può aiutare: sapere che il proprio inalatore “inquina” può stimolare una conversazione con il medico sul modello più adatto e sulla possibilità, ove clinicamente sicuro, di passare a una soluzione più sostenibile.
In definitiva, gli inalatori ci aiutano a respirare, ma paradossalmente parte della loro catena d’uso finisce per rendere più difficile la qualità dell’aria che respiriamo. Una sorta di circolo vizioso. È un promemoria: la salute individuale e quella del pianeta sono legate, e le scelte mediche quotidiane — anche quelle apparentemente ‘banali’ — possono avere un effetto ben più grande di quanto immaginiamo.
