Un gruppo di ricercatori sta lavorando allo sviluppo di una tecnologia che potrebbe invertire i segni dell’Alzheimer. Il punto cardine dello studio sono i farmaci “supramolecolari” fatti di particelle così piccole che agiscono in autonomia come se fossero medicinali, senza la necessità di trasportare molecole a fini terapeutici al loro interno.
Un approccio del tutto diverso rispetto ai trattamenti tradizionali che conosciamo attualmente. Invece di intervenire direttamente sui neuroni coinvolti e colpiti dalla malattia, i ricercatori hanno deciso di agire sul sistema vascolare cerebrale. Questo porterebbe al ripristino del corretto funzionamento della barriera emato-encefalica, che separa il cervello dal resto e lo protegge da tossine e altri agenti.
Nei soggetti colpiti da Alzheimer la barriera che ha il compito di proteggere il cervello diventa permeabile, e ciò permette l’accumulo di proteine tossiche come la beta-amiloide, tra le responsabili chiave del declino cognitivo. Per testare l’efficacia di questa nuova terapia, i ricercatori hanno eseguito dei test ed esperimenti su topi geneticamente modificati mirati a produrre un eccesso di beta-amiloide, osservando che bastavano tre sole dosi del farmaco per ottenere un risultato incredibile. A un’ora dall’iniezione, la quantità di proteina tossica nel cervello era inferiore del 50-60%.
Alzheimer, la scoperta incredibile di alcuni ricercatori
I topi trattati in questo studio sono equivalenti a esseri umani di circa 60 anni ed è stato verificato che, stando ai risultati anche nei mesi successivi, il farmaco non solo ha bloccato la progressione della malattia, ma ha persino ripristinato funzioni compromesse da quest’ultima. I farmaci supramolecolari imitano le molecole che normalmente hanno il colpito di proteggere e ripristinare l’equilibrio naturale del cervello.
Lorena Ruiz Perez, ricercatrice e coautrice di questo studio, sottolinea come questa strategia rappresenti una svolta non indifferente: «Abbiamo osservato un’efficacia straordinaria nel ripristinare la barriera cerebrale e nel ridurre i depositi di beta-amiloide e il risultato è stato un’inversione significativa dei sintomi patologici». I risultati per il momento sono pochi e limitati agli studi sugli animali, ma si spera che questa tecnologia possa presto diventare utilizzabile in modo sicuro ed efficace anche sugli esseri umani.
