Il grande esperimento di fusione, il Joint European Torus (JET), ci sta salutando. Non è una notizia da intristire, anzi: è la fine gloriosa di una lunghissima e fruttuosa carriera, un “pensionamento” che in realtà sta generando una vera e propria miniera d’oro di informazioni cruciali per il nostro futuro energetico. Immaginate questo colosso, il tokamak più grande che sia mai stato acceso, in funzione per oltre quarant’anni a Culham, nell’Oxfordshire. Quarant’anni di storia che ora si concludono con la fase di smantellamento, un lavoro meticoloso gestito dall’UK Atomic Energy Authority (UKAEA).
Dalla camera al plasma ai laboratori VR: la nuova vita del reattore JET
Questo non è affatto un semplice addio. Al contrario, il JET si sta trasformando nel nostro miglior consulente per i prossimi passi verso la fusione commerciale. Ricorderete sicuramente il record raggiunto nel 2023: ben 69 megajoule di energia rilasciati in un singolo impulso di sei secondi, utilizzando la miscela “giusta” di deuterio e trizio. Un traguardo storico che ha sancito la fine delle operazioni di plasma e aperto le porte al programma di decommissioning.
Ora, all’interno della gigantesca camera, non c’è più il plasma incandescente, ma ci sono i robot che lavorano con una precisione chirurgica. Stanno recuperando i pezzi più delicati, quelli che per anni hanno sopportato l’inferno termico e i flussi di particelle che si generano quando si cerca di imbrigliare la potenza delle stelle qui sulla Terra. Pensate che nel solo 2024, gli ingegneri sono riusciti a rimuovere ben 66 campioni tra piastrelle e materiali che erano a diretto contatto con quel plasma incandescente.
Questi frammenti, che contengono la memoria fisica dell’esperimento, non finiscono in un magazzino polveroso, ma sono la star dei laboratori in tutto il Regno Unito e nei centri europei di EUROfusion. Il motivo è semplice, ma fondamentale: capire come materiali come il berillio, il tungsteno e le leghe a base di nichel si sono comportati sotto uno stress così estremo. È come fare l’autopsia a un supereroe per capire i segreti della sua resistenza!
E i risultati sono già scioccanti, nel senso buono. I ricercatori hanno rilevato fenomeni di fusione e il curioso “reverse waterfall effect”, effetti che per altro sono stati intenzionalmente provocati nelle ultime sessioni per studiare in tempo reale i danni. Hanno sparato fasci di elettroni contro le pareti per accelerare il deterioramento, osservando dal vivo quello che non era mai stato possibile vedere in un impianto attivo. Questi dati non sono solo interessanti, sono essenziali: serviranno a calibrare i modelli computerizzati che guideranno la costruzione di ITER in Francia e del prototipo britannico STEP, che punta a darci energia da fusione entro la metà del secolo.
Lo smantellamento vero e proprio sarà un’impresa che durerà anni, con circa 3.700 componenti da recuperare. Per gestire un’operazione così complessa e pericolosa, l’UKAEA ha tirato fuori l’artiglieria pesante. Hanno potenziato i sistemi di telemanipolazione e, udite udite, hanno introdotto una piattaforma in realtà virtuale sviluppata con l’Unreal Engine, lo stesso motore grafico che muove molti videogiochi. Questo permette agli operatori di fare pratica e simulare ogni singolo movimento in un ambiente 3D iper-realistico, riducendo al minimo i rischi in cantiere.
In più, hanno affiancato al lavoro dei robot nuove e sofisticatissime tecniche di diagnostica, come la LIBS (Laser Induced Breakdown Spectroscopy) e la LID-QMS. Questi strumenti analizzano la presenza di trizio e altre particelle direttamente sulle superfici recuperate, offrendo una precisione che sarà cruciale per il monitoraggio in tempo reale dei futuri reattori. Insomma, il JET non solo ci ha regalato un record, ma ora ci sta fornendo il manuale di istruzioni per costruire i suoi successori. È un gran finale che è, in sostanza, il fischio d’inizio.
