Negli Stati Uniti, per DJI, la partita si fa sempre più complicata. Dopo mesi di attesa, è arrivata la decisione del tribunale federale: il Dipartimento della Difesa può continuare a considerare l’azienda come “militare cinese”. Non perché le prove lo confermino davvero in modo chiaro, ma perché – in parole semplici – il DoD ha l’autorità per farlo, e la legge gli concede un margine di scelta così ampio che contestarlo diventa quasi impossibile.
DJI resta “militare cinese”: cosa significa per il mercato Usa dei droni
Il giudice Paul Friedman lo ha detto senza troppi giri di parole: anche se alcune motivazioni del governo americano non reggono pienamente, il riconoscimento ufficiale di DJI da parte del governo cinese come “centro tecnologico nazionale” è sufficiente per mantenere l’etichetta. È un bollino che apre la porta a incentivi, agevolazioni e finanziamenti, ma che, visto dagli occhi di Washington, basta per far scattare l’allarme su possibili legami con la “fusione militare-civile” cinese.
DJI ha provato a ribattere: se il criterio è quello, allora anche giganti come Volkswagen o Nokia dovrebbero finire nella stessa lista, visto che beneficiano degli stessi vantaggi in Cina. Ma qui entra in gioco il nodo della discrezionalità. Il DoD, di fatto, può scegliere chi includere e chi no, e per il tribunale questo basta a chiudere la discussione.
Il tempismo non potrebbe essere peggiore. A dicembre scatterà un blocco totale sulle importazioni dei nuovi prodotti DJI negli Stati Uniti, e molti rivenditori stanno già svuotando gli scaffali. La sensazione è che l’azienda si stia preparando a lasciare il mercato americano, almeno per un po’, concentrandosi su altri Paesi dove la pressione politica è meno pesante.
Nonostante tutto, la risposta di DJI resta misurata. In un comunicato, l’azienda si dice delusa ma anche fiduciosa nel valore del proprio lavoro. Ribadisce che il successo è frutto dell’innovazione, della qualità e della fiducia dei clienti, e chiede soltanto di poter competere ad armi pari.
Ora l’attenzione si sposta sulle prossime mosse: l’appello è possibile, ma non scontato. In fondo, la domanda vera è un’altra: quanto vale restare in un mercato che sembra aver già deciso da che parte stare?
