Nel suo intervento a Bruxelles, Mario Draghi ha dimostrato la sua contrarietà su alcune decisioni dell’Unione Europea. Draghi ha detto in particolare che i piani di decarbonizzazione dell’auto si basavano su condizioni mai realizzate. La scadenza fissata avrebbe dovuto innescare un circolo virtuoso fatto di infrastrutture, mercato interno in crescita e innovazione accessibile, ma la realtà è un’altra. Il parco auto circolante in Europa, oltre 250 milioni di veicoli, invecchia rapidamente e le emissioni calano troppo lentamente. Draghi ha poi ricordato che i punti di ricarica crescono con ritardi insostenibili. Per raggiungere la copertura adeguata servirebbe accelerare di tre o quattro volte nei prossimi anni. Come può reggere un piano privo di basi solide? I costruttori guardano a Bruxelles con preoccupazione, mentre il mercato resta fermo.
L’industria auto ferma, l’innovazione è altrove
Batterie, semiconduttori e nuove tecnologie dovevano svilupparsi insieme, sostenuti da politiche industriali coerenti, ma a parer di Draghi ciò non è avvenuto. I modelli di auto elettriche restano costosi e l’innovazione europea rincorre altri mercati. Si pensava che la transizione spingesse una nuova stagione industriale. Oggi invece le catene di approvvigionamento restano fragili e frammentate. Le immatricolazioni crescono poi troppo lentamente, a passo di lumaca. L’Europa non ha ancora reso le auto elettriche davvero accessibili. Non era questa la promessa iniziale? Se la transizione si ferma, rischia di lasciare dietro milioni di automobilisti, mentre le case produttrici chiedono regole più flessibili.
Draghi ha chiesto così che la revisione del regolamento sulle emissioni di CO2 sia tecnologicamente neutrale. Non basta allentare qualche obbligo burocratico, serve un approccio integrato. È necessario considerare infrastrutture, catene di fornitura e carburanti a zero emissioni di carbonio. Solo così la transizione verso auto green potrà dirsi reale e sostenibile. L’ex presidente della Bce ha parlato è convinto che Bruxelles deve guardare in faccia la realtà e che senza un piano nuovo, la data del 2035 rischia di restare un mero miraggio. Quale futuro per un’Europa che non riesce a costruire la propria strada verso l’auto del domani? La neutralità tecnologica diventa la parola chiave di un percorso che non può più permettersi sbagli.
