Se ci pensi, ogni volta che inviamo un segnale nello spazio, è come se stessimo accendendo un piccolo faro nel buio cosmico. Non lo facciamo con l’intenzione di farci notare da qualcuno là fuori, ma per parlare con le nostre sonde, i nostri rover e i telescopi che ci aiutano a esplorare il Sistema solare. Eppure, proprio questi fasci di onde radio, destinati a Marte o a strumenti come il James Webb nei punti di Lagrange, non si fermano al loro obiettivo: scivolano oltre, attraversano lo spazio, e potrebbero finire intercettati da occhi — o meglio, orecchie — tecnologiche lontane.
Fasci radio verso Marte e oltre: la Terra potrebbe già essere ascoltata da civiltà aliene
È questo lo spunto da cui sono partiti gli scienziati della NASA e della Penn State University. Si sono chiesti: se una civiltà extraterrestre esplorasse il proprio sistema stellare nello stesso modo in cui lo facciamo noi, in quali momenti avrebbe più probabilità di captare i nostri segnali? La risposta ha qualcosa di affascinante. Quando Terra e Marte si trovano allineati, ad esempio, la possibilità che il nostro messaggio “in fuga” cada nel cono di osservazione di un ipotetico ascoltatore arriva al 77%. Una probabilità altissima, se pensi al silenzio immenso dello spazio. Con altri pianeti la percentuale scende, e senza allineamenti le chance diventano quasi nulle.
Questa prospettiva ribalta il modo in cui guardiamo alla ricerca di intelligenze extraterrestri. Non si tratta solo di puntare le nostre antenne verso le stelle sperando in un segnale, ma anche di capire quando e dove qualcun altro potrebbe fare lo stesso con noi. È un gioco di specchi, un continuo chiedersi: se fossimo dall’altra parte, dove guarderemmo?
Lo studio offre un nuovo strumento anche al SETI, il programma che da decenni scruta il cielo in cerca di tracce tecnologiche. I momenti di transito degli esopianeti, ad esempio, diventano finestre ideali per tentare l’ascolto, perché è lì che i segnali hanno più probabilità di “trapelare”.
Alla fine, ciò che emerge è un’idea semplice ma potente: il nostro desiderio di esplorare non resta confinato tra noi e i nostri robot spaziali. Ogni trasmissione è una piccola dichiarazione d’esistenza che viaggia oltre il Sistema solare. Forse, in questo stesso momento, qualcuno là fuori sta captando un nostro segnale e si sta facendo le stesse domande su di noi.
