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Microchip nel cervello per ridare la vista: il terzo impianto è riuscito

Un microchip impiantato nella corteccia visiva bypassa occhi e retina per restituire una forma di vista ai non vedenti, con risultati promettenti.

scritto da Denis Dosi 15/05/2026 0 commenti 1 Minuti lettura
Microchip nel cervello per ridare la vista: il terzo impianto è riuscito
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La possibilità di tornare a vedere grazie a un impianto cerebrale non è più fantascienza, ma una realtà che sta prendendo forma intervento dopo intervento. Presso il Rush University Medical Center, un terzo paziente non vedente ha ricevuto con successo un dispositivo wireless chiamato ICVP, un sistema che bypassa completamente gli occhi e parla direttamente al cervello. Ed è proprio questo il punto che rende la notizia così rilevante: qui non si cerca di riparare una retina danneggiata o di far funzionare nervi ottici ormai compromessi. Il dispositivo ignora tutto questo e va dritto alla corteccia visiva, quella parte del cervello che elabora ciò che normalmente vediamo.

Si tratta di un approccio radicalmente diverso rispetto alle protesi retiniche tradizionali. L’impianto cerebrale sfrutta una serie di stimolatori miniaturizzati che, nell’ultimo intervento, sono stati ben 34, per un totale di 544 elettrodi. Tutti questi componenti lavorano in sincrono per inviare impulsi elettrici controllati, traducendo i dati catturati da una telecamera esterna in schemi che il cervello riesce a interpretare come punti luce o immagini rudimentali. Non parliamo quindi di una vista perfetta, va detto chiaramente. L’obiettivo, almeno per ora, è fornire quel livello di percezione visiva sufficiente a muoversi nello spazio, riconoscere ostacoli e compiere gesti quotidiani con una certa autonomia. Sagome, chiarori, qualche percezione di profondità. Se in futuro la tecnologia riuscirà a fare di più, al momento nessuno può dirlo con certezza.

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Chi c’è dietro il progetto e cosa succede dopo l’intervento

Il progetto è guidato dall’Illinois Institute of Technology e coinvolge un network di centri di eccellenza. A coordinare la ricerca c’è Philip R. Troyk, e il fatto che si sia arrivati al terzo impianto riuscito inizia a dare l’idea di una procedura che si avvicina a qualcosa di replicabile su scala più ampia. Non è più un singolo caso fortunato, insomma.

Dopo l’operazione è previsto un periodo di riposo di circa quattro settimane, il tempo necessario perché i tessuti guariscano correttamente. Poi il paziente inizierà un percorso di addestramento specifico presso il Chicago Lighthouse, dove gli esperti valuteranno quanto tempo serve al cervello per imparare a decodificare i nuovi segnali artificiali. Perché sì, anche il cervello ha bisogno di “capire” cosa gli sta arrivando e come interpretarlo. Lo studio prevede di monitorare i volontari per un periodo compreso tra uno e tre anni, proprio per osservare come la mente si adatti a questa nuova forma di visione artificiale nel lungo periodo.

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Denis Dosi
Denis Dosi

Laureato in ingegneria informatica nel lontano 2013, da sempre appassionato di scrittura e tecnologia sono riuscito a convogliare in un'unica professione le mie due più grandi passioni grazie a TecnoAndroid.

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