La crescente diffusione di dispositivi per la pulizia dell’aria nelle scuole, negli ospedali e negli uffici, è ormai un dato certo. Ma le prove sulla loro reale efficacia restano ad oggi scarse. Un’approfondita ricerca pubblicata su Annals of Internal Medicine ha esaminato oltre 670 studi. Tutti risalenti agli anni venti fino al 2023. Ed il risultato è chiaro. La maggior parte delle ricerche non valuta l’impatto sull’essere umano. Solo l’8% degli studi ha testato questi dispositivi direttamente sulle persone. Mentre oltre il 90% si è limitato a condizioni artificiali, spesso senza presenza umana.
I dispositivi per purificare l’aria potrebbero avere delle sostanze chimiche dannose per l’uomo che ad oggi vengono ignorate
Tecnologie come l’ossidazione fotocatalitica vengono promosse come strumenti capaci di neutralizzare virus e batteri. Ma anche i filtri con nanomateriali o il plasma. Tuttavia, su decine di studi analizzati, pochissimi hanno verificato se queste tecnologie abbiano effettivamente ridotto le infezioni nelle persone. Alcuni non contengono alcun test clinico. Questo scarto tra marketing e dati concreti solleva interrogativi urgenti. Possiamo davvero fidarci delle promesse fatte dai produttori?
A preoccupare non è solo la scarsa efficacia dimostrata, ma anche il possibile impatto sulla salute. Molti dispositivi emettono sostanze come ozono o formaldeide, che possono essere nocive se inalate. Eppure, soltanto 14 dei 112 studi che hanno indagato sistemi basati su reazioni chimiche hanno analizzato i rischi legati alla formazione di sottoprodotti tossici. Una percentuale sorprendentemente bassa, soprattutto se confrontata con la rigidità delle sperimentazioni nel campo farmaceutico.
Gli autori dello studio raccomandano una maggiore cautela. Senza dati certi su benefici e rischi, l’uso diffuso di questi dispositivi in ambienti pubblici potrebbe rivelarsi controproducente. Servono protocolli di valutazione più severi e test condotti in condizioni reali, con la presenza di persone. Solo così sarà possibile definire standard condivisi, garantire la sicurezza e orientare le scelte su basi scientifiche affidabili.
