Lo scioglimento dei ghiacci marini nell’Artico ha mostrato un comportamento inatteso. Invece di diminuire costantemente, come si sarebbe previsto, ha rallentato in modo significativo. Senza evidenze di un calo reale dal 2005. Lo rivela uno studio recente guidato da Mark England, pubblicato su Geophysical Research Letters. A tal proposito, però, è importante sottolineare che non si tratta di un’inversione della crisi climatica. Come avvertono gli autori, è solo una pausa temporanea che potrebbe, in futuro, essere seguita da una accelerazione più intensa di quella osservata finora.
Come procede lo scioglimento dei ghiacciai nell’Artico
Mark England osserva che, se da un lato è sorprendente parlare di un rallentamento mentre il pianeta si scalda, dall’altro tale pausa ha offerto qualche anno in più rispetto alle proiezioni più catastrofiche formulate dieci-quindici anni fa. Eppure, avverte con chiarezza che dopo tale tregua la situazione peggiorerà rapidamente. Gli scienziati sottolineano l’importanza di spiegare correttamente tale fenomeno. Ciò al fine che non venga travisato.
I ricercatori hanno analizzato i dati satellitari raccolti a partire dal 1979. Quanto sta accadendo appare sorprendente se si considera che, nello stesso periodo, le emissioni di gas serra sono continuate a crescere. Così come la temperatura media globale ha continuato la sua marcia inesorabile verso l’alto. La spiegazione è legata a variazioni pluridecennali delle correnti oceaniche, nell’Atlantico e nel Pacifico. Le quali hanno temporaneamente limitato l’afflusso di acque calde verso l’Artico, attenuando gli effetti del riscaldamento. I modelli climatici suggeriscono che episodi simili si verificano raramente. Si parla di forse due volte in un secolo. E ogni volta sono seguiti da un’accelerazione dello scioglimento.
Dunque, il rallentamento riscontrato non cambia la realtà dei fatti. L’Artico si avvia verso un futuro senza ghiacci estivi entro tale secolo. La pausa osservata offre spunti interessanti per capire meglio le dinamiche naturali che modulano i processi climatici, ma non riduce l’urgenza di affrontare i cambiamenti in atto.
