La Stazione Spaziale Internazionale si sta avvicinando lentamente al suo pensionamento, e no, non è una metafora: tra pochi anni, attorno al 2030, verrà davvero fatta precipitare nell’Oceano Pacifico. Una fine spettacolare per un simbolo della cooperazione spaziale globale. Ma mentre il conto alla rovescia continua, alla NASA non c’è molto tempo per godersi i ricordi: serve un nuovo avamposto orbitale. E in fretta.
NASA cambia strategia per la prossima stazione spaziale: gare aperte e budget ridotto
Negli ultimi mesi, con l’arrivo del nuovo amministratore ad interim, Sean Duffy, le carte in tavola sono cambiate — e non di poco. Alcune aziende stanno guadagnando terreno a vista d’occhio, come Vast, che con SpaceX ha stretto un’alleanza niente male. Altre, come Blue Origin o Voyager Space, si ritrovano invece a dover rivedere i propri piani, magari troppo ambiziosi per il nuovo corso.
Il nodo della questione? I soldi, ovviamente. Il piano iniziale prevedeva che la NASA finanziasse uno o due fornitori, affidando loro la costruzione delle nuove stazioni spaziali con contratti a prezzo fisso. Peccato che i conti non tornino: mancano all’appello quasi 3,7 miliardi di euro per coprire tutti i costi. Insomma, il budget è quello che è, e la NASA ha dovuto fare un passo indietro… o di lato, a seconda dei punti di vista.
Il nuovo approccio è decisamente più flessibile. Niente più contratti blindati, si torna agli Space Act Agreements, che lasciano maggiore libertà alle aziende e permettono soluzioni più leggere e creative. E, per aumentare le possibilità di successo, ci sarà una gara completamente aperta: almeno due, idealmente tre aziende verranno selezionate per portare avanti i loro progetti.
Anche le aspettative si sono ridimensionate. Non si cerca più una nuova ISS in miniatura, autosufficiente e operativa per anni. Adesso basta una stazione che ospiti quattro astronauti per un mese, e da lì si vedrà. Una scelta che sembra fatta su misura per Haven-1 di Vast, un piccolo modulo pensato proprio per brevi missioni, appoggiandosi alla navicella Dragon di SpaceX.
Chi invece puntava più in alto, con stazioni grandi e permanenti, dovrà rivedere i propri piani. Tempi stretti e budget tagliati non perdonano. E per evitare promesse irrealizzabili, la NASA ha inserito una clausola inedita: almeno il 25% dei fondi sarà rilasciato solo dopo una dimostrazione pratica nello spazio, con equipaggio a bordo. Fino ad allora, niente certificazione completa.
Phil McAlister, ex direttore della divisione spaziale commerciale NASA, lo dice senza troppi giri di parole: può sembrare un cambiamento drastico, ma è probabilmente l’unico modo per trasformare il sogno in realtà — e costruire davvero il prossimo capitolo della presenza umana nello spazio.
