Chi l’avrebbe detto che, per affrontare una crisi moderna come il cambiamento climatico, ci saremmo ritrovati a guardare indietro… al Medioevo? Eppure è proprio quello che sta emergendo da uno studio internazionale a cui ha partecipato anche l’Università di Milano. La ricerca ha puntato i riflettori su un piccolo angolo dell’Appennino settentrionale, precisamente a Vetto d’Enza, in provincia di Reggio Emilia. Un posto che, a prima vista, potrebbe sembrare solo un bel paesaggio collinare. Ma sotto quei pendii si nasconde una storia che parla di ingegno, adattamento e resilienza.
Come i terrazzamenti medievali possono ispirare la sostenibilità climatica
I protagonisti? Non scienziati in laboratorio o ingegneri con droni, ma le comunità medievali che, più di mille anni fa, hanno costruito dei terrazzamenti agricoli per coltivare in armonia con un ambiente tutt’altro che facile. E no, non lo hanno fatto seguendo un manuale di agricoltura sostenibile — hanno semplicemente osservato, sperimentato, e trovato soluzioni.
Filippo Brandolini, che ha coordinato lo studio tra il MIT e l’Università di Milano, e il suo team hanno utilizzato tecnologie molto sofisticate per capire quando quei terrazzamenti sono stati costruiti. Analizzando i minerali di quarzo contenuti nei sedimenti, sono riusciti a scoprire quando questi ultimi sono stati esposti per l’ultima volta alla luce del sole. Un metodo preciso, quasi poetico. E i risultati parlano chiaro: si torna indietro fino al IX secolo.
Quello che colpisce, però, non è solo l’età di queste strutture. È la loro evoluzione continua. Non sono mai rimaste ferme nel tempo: venivano ampliate, ristrutturate, adattate in base ai cambiamenti climatici. Quando il clima si fece più caldo e favorevole, si approfittò dell’opportunità. Quando, invece, arrivarono i rigori della piccola era glaciale, si corse ai ripari con restauri e rafforzamenti. Un lavoro continuo, generazionale.
Oggi, molte di quelle terrazze sono abbandonate, coperte di erba e ricordi. Eppure, secondo Brandolini, potrebbero insegnarci più di quanto immaginiamo. In un’epoca in cui si parla tanto di agricoltura sostenibile, di suolo che si sgretola e di montagne che si spopolano, tornare a osservare come si viveva (e coltivava) un millennio fa potrebbe non essere solo un esercizio romantico. Potrebbe essere un modo concreto per guardare avanti.
