L’Italia ha deciso di fermarsi proprio quando avrebbe potuto accelerare. Il Consiglio dei Ministri ha infatti scelto di non recepire la direttiva europea sulle “Case green”, quella pensata per rendere gli edifici più efficienti, meno inquinanti e meno costosi da mantenere. Una decisione che, secondo molte associazioni ambientaliste — tra cui Greenpeace, WWF, Legambiente, Kyoto Club, Coordinamento FREE e ARSE — rischia di farci perdere un’occasione d’oro.
Ignorare le case green può costarci caro, in tutti i sensi
Il punto è semplice: questa direttiva non riguarda solo ambiente e buoni propositi ecologici, ma tocca anche la vita concreta delle persone. Significa bollette meno pesanti, case più confortevoli, aria più pulita. Eppure, l’Italia ha deciso di rimandare. Un rinvio che suona come un passo indietro, proprio ora che bisognava guardare avanti. La legge di delegazione europea, dove avrebbe dovuto trovare posto la direttiva, l’ha lasciata fuori. E questo mette a rischio tutto il calendario previsto da Bruxelles, con il primo piano attuativo atteso per fine 2025 e quello definitivo entro metà 2026.
Chi critica questa scelta non lo fa solo per una questione ideologica. Si parla di milioni di edifici da riqualificare, posti di lavoro che si potrebbero creare, tecnologie da sviluppare. Restare indietro potrebbe significare esporre l’Italia a sanzioni europee, ma anche restare aggrappati a un modello edilizio vecchio, costoso, inefficiente. Al momento, oltre il 75% del patrimonio residenziale italiano è in classe energetica E, F o G. Un’enormità. Intervenire significherebbe ridurre le emissioni di CO₂ di milioni di tonnellate. E invece si frena.
Le organizzazioni chiedono al Governo un cambio di rotta immediato. Serve un piano nazionale serio, che aiuti famiglie e imprese ad affrontare la transizione. Perché i cambiamenti climatici non aspettano, e nemmeno le scadenze europee. E soprattutto non aspettano le famiglie che già oggi fanno i conti con bollette impossibili e case fredde d’inverno e roventi d’estate.
Rinviare significa perdere vantaggi economici, ambientali e sociali. E soprattutto lasciare che sia il tempo, e non la politica, a decidere per noi.
