Nel cuore della Via Lattea, a circa 4.500 anni luce da noi, si muove silenziosamente una stella di neutroni dal comportamento straordinario. Si chiama PSR J1023+0038 e si distingue per un movimento rotatorio vertiginoso, ruota su se stessa 600 volte al secondo. Ma ciò che più affascina gli scienziati non è solo la sua velocità, quanto la sua doppia natura. Essa viene infatti definita una “pulsar transizionale”. Ossia un oggetto rarissimo che alterna due stati diversi, uno attivo, durante il quale si nutre della materia di una stella compagna, e uno dormiente, in cui torna a comportarsi come una pulsar classica, emettendo onde radio.
La stella e i suoi segreti svelati da un concerto di telescopi
Questo comportamento “a interruttore” l’ha resa un laboratorio naturale perfetto per l’astrofisica moderna. Secondo Maria Cristina Baglio dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, queste pulsar offrono una chiave unica per comprendere come si evolvono le stelle di neutroni nei sistemi binari. PSR J1023 è una delle sole tre conosciute al mondo. Di conseguenza, studiare questi rari oggetti significa osservare fenomeni estremi dell’universo, spesso impossibili da riprodurre nei laboratori terrestri.
L’osservazione coordinata di PSR J1023+0038 ha coinvolto per la prima volta tre strumenti scientifici operanti su bande diverse dello spettro elettromagnetico. Il telescopio IXPE della NASA ha analizzato i raggi X, il Very Large Telescope in Cile ha catturato la luce visibile, mentre il VLA del New Mexico ha monitorato le onde radio. L’impresa internazionale ha permesso di cogliere un momento fondamentale in cui la stella si trovava in una fase attiva, ma con luminosità ridotta e improvvisi picchi di brillantezza.
Ciò che ha colpito maggiormente gli scienziati è stato il livello di polarizzazione registrato nei raggi X, pari al 12%. Un valore record per un sistema binario di questo tipo. La luce visibile, seppur meno polarizzata, mostrava un orientamento identico, segnalando un fenomeno comune all’intero sistema. Il vero responsabile non sarebbe il disco di materia che avvolge la stella, bensì i venti di particelle cariche che la pulsar stessa emette. Questi flussi impattano violentemente contro il disco di accrescimento, generando la radiazione osservata. Una scoperta che conferma teorie dibattute per anni e apre nuovi orizzonti nello studio delle stelle compatte.
