Succede che, tra una telefonata e un vertice internazionale, anche una tassa pensata per regolamentare i colossi del web possa svanire nel nulla. È più o meno quello che è accaduto in Canada, dove una Digital Services Tax — una piccola percentuale sui ricavi di giganti come Amazon, Google e Meta — sembrava pronta a entrare in vigore. E invece no. Perché se ti chiami Stati Uniti e alla Casa Bianca c’è Donald Trump, le cose prendono una piega diversa.
Trump ferma la tassa tech canadese, tensione commerciale resta alta
Il Canada aveva messo sul tavolo un prelievo del 3% sui guadagni generati nel suo territorio dalle big tech americane. Un gesto forte, certo, ma anche un modo per alzare la voce in un contesto globale dove spesso chi ospita le piattaforme resta con le briciole. Peccato che a Washington non abbiano gradito. Trump ha bollato la mossa come un “attacco diretto” e, nel giro di 24 ore, ha chiuso i canali diplomatici. Stop alle trattative commerciali. Punto.
È servita una telefonata domenicale tra Trump e il premier canadese Carney per riaprire uno spiraglio. La tassa è stata ritirata, almeno per ora, e i negoziati sono ripartiti. Perché dietro quella percentuale apparentemente innocua si muove una posta in gioco ben più alta: un nuovo accordo commerciale tra USA e Canada, con una scadenza imminente fissata al 21 luglio.
A Ottawa, l’aria è quella di chi ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. La tassa avrebbe portato nelle casse canadesi circa 2 miliardi di dollari, ma lo scontro con Washington avrebbe avuto costi politici e commerciali ben più alti. Intanto, i dazi statunitensi restano sul tavolo: acciaio, alluminio, auto e molto altro. E se Trump dovesse alzare ulteriormente il tiro il 9 luglio, come minacciato? A quel punto, non basterà certo un’altra telefonata.
E poi c’è quell’insinuazione ricorrente, mai davvero chiarita: l’idea che il Canada, un giorno, possa diventare il 51° Stato americano. Una provocazione? Forse. Ma nel clima attuale, nulla sembra più del tutto assurdo.
