Niente da fare: la causa che è stata mossa da 13 autori contro Meta non ha avuto esito positivo e il colosso dei social network l’ha spuntata. Gli autori in questione avevano mosso contro l’azienda l’accusa di aver usato i loro libri senza alcun tipo di permesso e con lo scopo di addestrare i modelli AI. Il tribunale federale dunque ha concesso a Meta un giudizio sommario positivo basato proprio sul principio del cosiddetto fair use. Ma il verdetto non va letto come una piena assoluzione: il giudice è stato molto chiaro nel non legittimare l’uso generalizzato di opere protette per scopi di addestramento AI.
In parole semplici, Meta ha vinto perché la controparte non ha argomentato in modo efficace, non perché il comportamento dell’azienda sia stato automaticamente ritenuto lecito. Chhabria ha infatti precisato che gli autori hanno imboccato la strada sbagliata e non sono riusciti a presentare prove solide per supportare le tesi corrette.
Due punti deboli che hanno compromesso la causa
Alla base della decisione ci sono due motivazioni principali. La prima riguarda la capacità effettiva del modello Llamadi riprodurre testi protetti: secondo il giudice, il sistema non sarebbe in grado di generare porzioni sufficientemente ampie da minacciare il valore commerciale delle opere originali. La seconda tocca un tema più ampio: secondo Chhabria, gli autori non possono rivendicare un diritto esclusivo sul mercato della concessione in licenza dei testi per scopi di addestramento AI.
Un ulteriore limite emerso durante il procedimento è stato l’uso inefficace dell’unico argomento che avrebbe potuto fare la differenza: il rischio che l’intelligenza artificiale, utilizzando i testi originali, finisca per alimentare la produzione di opere simili e contribuisca a diluire la domanda per quelle autentiche.
Un precedente che si allinea al caso Anthropic
Questa decisione si inserisce in un quadro più ampio che inizia a prendere forma. Pochi giorni fa, anche Anthropic ha ottenuto una sentenza simile: il giudice William Alsup ha riconosciuto la correttezza dell’utilizzo di libri acquistati legalmente per l’addestramento dei modelli, respingendo l’idea che l’AI generativa rappresenti una minaccia diretta per il mercato delle opere originali.
In entrambi i casi, non si è trattato di una piena promozione dell’uso dei contenuti protetti, ma di un giudizio sulle debolezze legali degli argomenti portati in aula. Per le aziende AI, una vittoria. Ma non senza riserve.
