C’è questa scena che ormai si ripete in tantissime scuole: studenti che aprono il portatile, copiano un prompt in ChatGPT, aspettano qualche secondo, et voilà, il tema è pronto. Magari fanno due modifiche al volo e lo consegnano. Tutto semplice, tutto veloce. Ma dietro a questa comodità si nasconde un dubbio sempre più pressante: cosa ci stiamo rimettendo, davvero?
Cosa succede davvero al cervello di chi usa ChatGPT?
Al MIT hanno deciso di andare a fondo. Hanno preso un gruppo di studenti, li hanno fatti scrivere dei saggi come se stessero preparando il SAT, e hanno monitorato in tempo reale cosa succedeva nel loro cervello. Non metaforicamente: li hanno collegati a degli elettroencefalogrammi e hanno osservato l’attività neurale in 32 aree diverse. Il risultato? Chi si affidava a ChatGPT attivava il cervello molto meno di chi scriveva da solo, o anche solo cercava su Google. E quel meno non è una sfumatura: è un calo netto, misurabile, preoccupante.
La cosa davvero inquietante, però, è che questo calo non si ferma lì. Peggiora col tempo. Più i partecipanti usavano l’AI per scrivere, più il loro cervello smetteva di impegnarsi. Alla fine molti si limitavano a copiare e incollare, senza nemmeno rielaborare. Una sorta di spegnimento graduale, silenzioso. E quando hanno provato a invertire il processo – cioè far scrivere a mano chi prima aveva usato ChatGPT – le onde cerebrali risultavano ancora fiacche, come se il cervello avesse perso slancio.
Chi ha guidato lo studio, la neuroscienziata Nataliya Kosmyna, ha deciso di pubblicare tutto subito, anche prima della classica revisione scientifica, proprio perché preoccupata che il sistema educativo stia correndo troppo veloce verso l’integrazione dell’AI senza capirne le conseguenze. “Ho paura che tra sei mesi qualcuno voglia aprire un asilo GPT”, ha detto. E no, non stava scherzando.
Ironia della sorte: molti, per commentare lo studio, hanno usato proprio ChatGPT. Ma Kosmyna l’aveva previsto. Ha inserito nel paper delle “trappole” apposta per confondere gli LLM, e i risultati non si sono fatti attendere: l’AI ha iniziato a inventarsi dettagli inesistenti, persino attribuendo lo studio a modelli che non erano mai stati citati. Insomma, una specie di cortocircuito che conferma i timori alla base della ricerca.
Il prossimo passo? Capire cosa succede nel cervello dei programmatori che usano l’AI. Secondo Kosmyna, sarà anche peggio. E se ha ragione, potremmo trovarci davanti a una questione ancora più ampia: quanto siamo disposti a cedere della nostra intelligenza pur di guadagnare un po’ di tempo?
