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PEDOT:PSS e nanotubi: per celle fotovoltaiche organiche più forti

Un team giapponese ha raddoppiato l’efficienza delle celle solari organiche, rendendole più stabili, sostenibili e vicine al mercato.

scritto da Margherita Zichella 04/05/2025 0 commenti 1 Minuti lettura
Un team giapponese ha raddoppiato l’efficienza delle celle solari organiche, rendendole più stabili, sostenibili e vicine al mercato.
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Nel mondo dell’energia solare, non è facile fare passi avanti significativi, soprattutto quando si parla di tecnologie più ecologiche come le celle fotovoltaiche organiche. Ma stavolta è successo qualcosa di grosso: un gruppo di ricercatori giapponesi dell’Università di Kanazawa è riuscito a raddoppiare l’efficienza di queste celle, portandola da circa il 4% a un sorprendente 8,7%. E no, non è magia: è ingegneria (e tanta pazienza in laboratorio).

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Più leggere, green e ora più efficienti

Ma facciamo un passo indietro. Le celle solari organiche sono una variante “green” delle tradizionali: sono leggere, flessibili, potenzialmente economiche e – cosa non da poco – non utilizzano materiali tossici come l’ossido di indio e stagno, molto comune nelle celle più potenti. Il problema è che questa scelta “pulita” ha sempre avuto un prezzo: bassissime prestazioni. In particolare, gli elettrodi trasparenti usati finora non erano abbastanza buoni né come conduttori, né come compagni di viaggio dei delicati strati plastici sottostanti.

Il team guidato dal professor Masahiro Nakano ha trovato un’alternativa. Invece di affidarsi ai soliti elettrodi trattati con acidi forti o cotti a temperature proibitive, hanno utilizzato un materiale chiamato PEDOT:PSS (sì, il nome è un po’ brutto, ma funziona alla grande), lavorato a una temperatura molto più bassa: 80°C. Questo ha evitato di bruciare tutto il resto del dispositivo, letteralmente.

Non solo: per rendere tutto più stabile, hanno inventato un metodo per preparare i famosi elettrodi – questa volta con nanotubi di carbonio – su un film separato e poi “incollarli” al pannello solare, come se fosse un adesivo. Così facendo, gli strati delicati non si rovinano durante la costruzione del dispositivo.

Il risultato? Celle completamente organiche, più sostenibili, più stabili e con un’efficienza che fino a ieri sembrava fantascienza per questo tipo di tecnologia. Non siamo ancora ai livelli delle celle al silicio, ma questa potrebbe essere davvero la spinta che serviva per portare il solare organico fuori dai laboratori e dentro la vita di tutti i giorni.

celleenergiafotovoltaichesolare
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Margherita Zichella
Margherita Zichella

Nata a Roma l'11 aprile del 1983, diplomata in arte e da sempre in bilico tra comunicazione scritta e visiva.

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