Facciamo un po’ di chiarezza: l’amministrazione Trump ha proposto un piano che, se approvato, cambierebbe parecchio (e in peggio, secondo molti) il volto della NOAA, l’agenzia americana che si occupa di clima, oceani, meteo e ambiente. Ma qui non si parla solo di riorganizzazioni: si parla di chiudere interi dipartimenti, tagliare fondi cruciali e ridimensionare il ruolo della scienza pubblica nel monitoraggio e nella comprensione del cambiamento climatico.
NOAA nel mirino: cosa cambia per clima, tecnologia e sicurezza
La notizia è trapelata grazie a documenti interni ottenuti dalla CNN, e ha già fatto scattare diversi allarmi: tra scienziati, ambientalisti e anche qualche politico. Il taglio previsto è netto: da 6,1 a 4,5 miliardi di dollari, una riduzione del 27% sul budget della NOAA. Ma più che i numeri, a preoccupare è il messaggio politico e culturale che portano con sé.
Una delle prime “vittime” sarebbe l’OAR, cioè l’Ufficio per la Ricerca Oceanica e Atmosferica — di fatto, il cuore della scienza climatica americana. La proposta prevede anche la cancellazione dei programmi regionali di studio sul clima, lo smantellamento dei laboratori e l’interruzione delle collaborazioni con le università. E non finisce qui: la protezione delle specie marine verrebbe trasferita ad altro ente, e perfino il centro che monitora le tempeste solari passerebbe sotto il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale.
Ma la parte più controversa è quella che parla dell’“emissione di permessi per liberare l’energia americana”. In parole povere: via libera a estrazioni petrolifere, anche a costo di sacrificare la tutela ambientale.
Le critiche non si sono fatte attendere. In molti avvertono che, se un piano simile dovesse passare, ci ritroveremmo più esposti agli eventi estremi, con meno strumenti per analizzarli o prevenirli. E questo in un momento in cui eventi come uragani, incendi e siccità stanno diventando sempre più frequenti e intensi.
È un momento delicatissimo, che va ben oltre la scienza o l’ambiente. Qui si decide che tipo di futuro vogliamo. Se il Congresso non bloccherà questa proposta, il segno che lascerà potrebbe essere profondo — e purtroppo, tutt’altro che positivo.
