Se pensavi che cancellare un messaggio su WhatsApp bastasse a farlo sparire per sempre, forse è il caso di rivedere questa convinzione. La Corte di Cassazione ha deciso che le chat possono essere usate come prove documentali in caso di controlli fiscali, anche senza intercettazioni ufficiali. In poche parole, se l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza mettono gli occhi sul tuo telefono e trovano conversazioni sospette, queste potrebbero essere prese in considerazione senza troppi giri di parole.
Attento a cosa scrivi!
La parte più interessante? Non serve neanche il telefono originale per rendere valida una conversazione. Se qualcuno ha fatto uno screenshot e l’ha conservato, quello screenshot può diventare una prova a tutti gli effetti. Quindi, se hai cancellato un messaggio compromettente, ma il tuo interlocutore ha avuto la prontezza di riflessi di fare una cattura dello schermo, quel messaggio esiste ancora e può essere usato in un’eventuale indagine.
Dal punto di vista fiscale, questa novità è tutt’altro che banale. Nei processi tributari, le prove scritte hanno più valore delle testimonianze, quindi un messaggio WhatsApp può pesare più di mille parole dette davanti a un giudice. Durante un’ispezione, le autorità possono controllare computer, smartphone e qualsiasi dispositivo che possa contenere informazioni rilevanti. Se trovano conversazioni che fanno pensare a contabilità parallele o a qualche trucco per aggirare il fisco, quelle chat possono essere inserite direttamente nei documenti dell’indagine.
Questa decisione della Cassazione non è del tutto nuova: già in passato ci sono stati casi in cui i messaggi digitali sono stati accettati come prove, ma con questa sentenza la loro validità viene ulteriormente rafforzata. Insomma, d’ora in poi meglio pensarci due volte prima di scrivere qualcosa di troppo “delicato” su WhatsApp. Anche se pensi di essere al sicuro dopo aver cancellato tutto, potrebbe esserci da qualche parte uno screenshot pronto a riemergere al momento meno opportuno.
