Parliamo di una questione che riguarda praticamente chiunque abbia un PC: gli strumenti di debloat per Windows 11 promettono velocità e leggerezza, ma cosa succede davvero quando li si usa? Il sistema operativo di Microsoft è sempre stato famoso per arrivare con una montagna di app preinstallate, funzionalità di telemetria, integrazioni forzate e processi che partono all’avvio senza che nessuno li abbia chiesti. Windows 11 non fa eccezione, e anzi con il modello a rilascio continuo la situazione non è certo migliorata. Non sorprende quindi che il web sia pieno di tool che promettono di ripulire tutto con un paio di clic. Ma funzionano? E soprattutto, vale la pena fidarsi?
Criticare Microsoft è sacrosanto. Nessuno vuole la pubblicità nel menu Start o i pulsanti di Copilot che spuntano ovunque come funghi. È anche comprensibile voler un’installazione più snella, specialmente su dispositivi più vecchi con risorse limitate. Però affidarsi a strumenti di terze parti che chiedono di disattivare funzionalità di sicurezza per poter operare è una scelta che andrebbe ponderata con attenzione. Basti pensare a casi recenti in cui tool affidabili come CPU-Z sono stati compromessi, con il sito ufficiale che ha iniziato a distribuire malware. E quello era un programma che non chiedeva nemmeno di eseguire script PowerShell con privilegi elevati.
Va detto chiaramente: Windows 11 offre già tutti gli strumenti necessari per alleggerirsi. Questi tool di debloat non fanno altro che raccogliere in un’interfaccia comoda operazioni che chiunque potrebbe fare manualmente tramite PowerShell o le impostazioni di sistema. Il problema è che non spiegano cosa stanno facendo, cosa potrebbe rompersi e come rimediare se qualcosa va storto. E sì, PowerShell può rendere Windows 11 inutilizzabile esattamente come un comando sbagliato su Linux.
I test concreti: numeri alla mano, cosa cambia davvero
Per mettere alla prova i principali strumenti di debloat, sono state utilizzate macchine virtuali Hyper-V con Windows 11 25H2, 8 GB di RAM e 60 GB di disco. Un’installazione pulita, dopo tutti gli aggiornamenti, occupa 29 GB di spazio e usa 3,2 GB di RAM.
Il primo tool testato è stato Chris Titus Tech’s Windows Utility, probabilmente il più citato in qualsiasi discussione sull’argomento. Offre un’interfaccia grafica con preset Standard e Minimal, la possibilità di annullare le modifiche e diversi strumenti aggiuntivi. Dopo aver applicato le impostazioni Standard, rimosso le app preinstallate e attivato lo strumento OO Shutup 10 per la privacy, il risultato è stato un guadagno di 0,6 GB di spazio disco e un consumo di RAM sceso a 2,6 GB. Questo tool imposta molti servizi Windows in modalità manuale, il che libera memoria ma può causare un leggerissimo ritardo nell’apertura di alcuni programmi. Da notare che Copilot non viene rimosso, mentre spariscono Teams, le funzionalità Bing, Todos, Sticky Notes e altri strumenti.
Il secondo tool, Raphire’s Win11Debloat, opera sempre tramite script PowerShell. Con le impostazioni predefinite ha eseguito 17 passaggi di debloat, rimuovendo ben 91 app. Il risultato? 0,4 GB di spazio recuperato e RAM a 2,7 GB. Numeri modesti, ma chi usa questi strumenti lo fa più per questioni di privacy e per ripulire il menu Start che per risparmiare spazio.
Il terzo approccio è diverso dagli altri: Tiny11 Maker agisce prima dell’installazione, modificando direttamente l’ISO di Windows 11 tramite lo strumento DISM. Il risultato più significativo riguarda lo spazio su disco: appena 15,3 GB, quasi la metà di un’installazione standard. La RAM usata resta sui 2,7 GB, in linea con gli altri metodi. Un dettaglio interessante: l’installazione non ha richiesto l’accesso con un account Microsoft, permettendo di creare un account locale. Il rovescio della medaglia è che viene rimosso praticamente tutto, browser web incluso.
I rischi reali e quello che nessuno dice sulla telemetria
Prima ancora di decidere cosa rimuovere, c’è un problema di fondo: per usare questi strumenti bisogna abilitare l’esecuzione di script con il comando Set-ExecutionPolicy RemoteSigned. Questo significa fidarsi ciecamente del contenuto dello script scaricato, che potrebbe essere stato manomesso da un attore malevolo. Leggere il codice prima di eseguirlo sarebbe il minimo.
Il tool di Raphire, ad esempio, disabilita il Fast Startup, costringendo Windows 11 a eseguire uno spegnimento completo. Per i desktop può essere un vantaggio, ma sui portatili può creare problemi. Soprattutto, manca quasi sempre una spiegazione chiara di cosa comporti ogni singola modifica.
C’è poi la questione della telemetria. L’opzione per disattivarla, presente in quasi tutti questi tool, molto probabilmente non funziona. Le edizioni Home e Professional di Windows 11 inviano sempre i dati diagnostici obbligatori a Microsoft. Solo la versione Long–Term Servicing Channel (LTSC), pensata per le aziende, rispetta le impostazioni dei criteri di gruppo o del registro di sistema relative alla telemetria. E quella non è la versione che la stragrande maggioranza degli utenti ha installato.