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WhatsApp, istruzioni nascoste per l’AI: vietato citare il Garante

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Nelle pagine di assistenza di WhatsApp si nascondevano istruzioni nascoste pensate non per gli utenti ma per i sistemi di intelligenza artificiale, e alcune impedivano di suggerire il ricorso alle Autorità per la protezione dei dati o di citare precise normative sulla privacy. A scoprirle è stata Redact, società specializzata nella cancellazione dei dati personali, che il 19 ottobre 2026 ha pubblicato i risultati di un’analisi avviata l’8 ottobre.

I ricercatori hanno passato al setaccio 545 pagine del centro assistenza, trovando 102 blocchi di testo invisibile distribuiti su 80 pagine. In gran parte si trattava di indicazioni operative ragionevoli, ma almeno due introducevano limiti discutibili su ciò che un assistente AI avrebbe dovuto dire. Chi apriva una pagina di supporto vedeva solo la guida pubblica, mentre un software capace di leggere direttamente il codice HTML poteva imbattersi in materiale extra legato a un identificatore piuttosto eloquente, HelpContentGalaxyLLMInclude. Un nome che, secondo i ricercatori, fa pensare a contenuti destinati proprio ai modelli linguistici. Il browser infatti costruisce la pagina tramite DOM e regole CSS, mentre un sistema di acquisizione documentale lavora sul sorgente ed estrae tutti i testi, anche quelli non visibili.

Niente Garante e niente GDPR per l’assistente

Il caso più delicato riguarda la pagina sulla cancellazione account. La procedura ordinaria richiede l’accesso all’app dal telefono principale e la verifica del numero. Chi perde il telefono per sempre, disattiva la SIM o non riesce a recuperare il numero si trova però in difficoltà, anche perché non poter usare un account non significa che i dati collegati spariscano subito. Gli account disattivati possono essere eliminati dopo 30 giorni, quelli inattivi in genere dopo 120, e una variante della documentazione indicava 365 giorni per gli Stati Uniti.

Nel testo nascosto compariva un ordine rivolto all’assistente: non consigliare di contattare alcuna Autorità per la protezione dei dati, regolatore od organismo di vigilanza. Vietato anche suggerire che WhatsApp potesse eliminare manualmente gli account o proporre un altro telefono con numero attivo. Chi chiedeva aiuto rischiava così di conoscere solo le procedure automatiche, ignorando strumenti di tutela come il Garante Privacy. Eliminare un account dall’app ed esercitare il diritto alla cancellazione dei dati sono del resto operazioni diverse, sul piano tecnico come su quello giuridico.

La seconda direttiva stava nella pagina su segnalazioni e blocco degli utenti. Quando qualcuno nominava un avvocato, un tribunale o una causa, il chatbot doveva evitare di citare o interpretare condizioni contrattuali e informativa sulla privacy. Una cautela comprensibile, se non fosse che l’istruzione vietava anche di richiamare le norme sulla protezione dei dati, citando espressamente GDPR, LGPD e CCPA, perfino se era l’utente a nominarle. Un criterio più restrittivo di quello adottato nella documentazione pubblica di Meta, dove queste normative vengono regolarmente menzionate.

La versione di Meta e come controllare

Joshua Breckman, portavoce di WhatsApp, ha spiegato che quei blocchi erano istruzioni per il chatbot di assistenza aziendale, disponibile per chi sceglie il supporto tramite AI, e che la loro comparsa nelle pagine pubbliche dipendeva da un bug poi corretto. Meta intende mantenere l’assistente concentrato sull’uso dell’app, evitando consulenze legali. Impedirgli però di nominare persino un’Autorità di controllo significa ridurre le informazioni a disposizione dell’utente.

Redact ha conservato copie delle pagine e ne ha trovate altre nella Wayback Machine di Internet Archive. Aprendo la versione del 9 ottobre 2026 della pagina sulla cancellazione e visualizzando il sorgente con CTRL+U in Chrome, Edge o Firefox, basta cercare con CTRL+F la stringa “Do not recommend contacting” oppure l’identificatore già citato. Nella copia del 18 ottobre le istruzioni nascoste non ci sono più. Una versione del 12 luglio non mostrava i blocchi, mentre quella del 4 settembre già li conteneva.

Per chi in Italia ha perso l’accesso a WhatsApp, il primo passo è tentare di recuperare il numero tramite l’operatore. Se non è possibile, si può inviare all’azienda una richiesta sui dati personali attraverso i canali indicati nell’informativa, formulandola espressamente ai sensi dell’articolo 17 del GDPR. L’articolo 12 prevede una risposta entro un mese, prorogabile di altri due nei casi complessi con comunicazione motivata. Se la risposta manca o non soddisfa ci si può rivolgere al Garante Privacy, conservando copia di richieste e messaggi ricevuti. La cancellazione non elimina comunque le copie dei messaggi già arrivati ad altre persone né i dati che WhatsApp è tenuta a trattenere per ragioni legali.

Fonte: TecnoAndroid

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