Il via libera del Dipartimento di Giustizia statunitense all’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance ha colto di sorpresa gli stessi avvocati che avevano condotto l’indagine. Una vicenda da 111 miliardi di dollari, circa 102 miliardi di euro, che secondo quanto emerso aveva tutte le carte in regola per finire davanti a un giudice e che invece si è chiusa con un’approvazione lampo. Il nodo centrale resta proprio questo scollamento tra chi ha lavorato sul dossier per mesi e i vertici che hanno deciso in fretta.
Un’indagine durata otto mesi e poi chiusa di colpo
Quando venerdì è arrivato l’ok ufficiale, il comunicato del Dipartimento di Giustizia parlava di un’indagine rigorosa durata otto mesi, guidata dallo staff di carriera della divisione Antitrust, da cui sarebbe emerso che l’operazione non avrebbe danneggiato né la concorrenza né i consumatori americani. Peccato che proprio quegli avvocati di carriera, stando alle ricostruzioni, stessero invece valutando di raccomandare una causa per bloccare il tutto. La fusione tra due grandi case di produzione cinematografica veniva considerata potenzialmente anticoncorrenziale e in violazione delle norme sull’antitrust.
I dirigenti senior del DOJ hanno però chiuso l’indagine prima ancora che lo staff preoccupato potesse sollevare obiezioni formali. Gli investigatori non avevano ancora presentato una raccomandazione definitiva, ma avevano molti dubbi su un punto in particolare. Si chiedevano come la società risultante dalla fusione potesse rispettare l’impegno di 30 uscite cinematografiche all’anno, considerato il carico di debiti che si sarebbe ritrovata sulle spalle. I vertici, dal canto loro, non ritenevano che il debito di Paramount fosse un motivo sufficiente per opporsi. La senatrice Elizabeth Warren ha reagito senza giri di parole, scrivendo che gli americani hanno il diritto di sapere se questa fusione sia stata approvata come favore politico. Parole pesanti, accompagnate dall’accusa esplicita che la cosa sapesse di corruzione.
Il ruolo di David Ellison e le mosse degli Stati
A pesare sulla decisione sarebbe stato un incontro con David Ellison, amministratore delegato di Paramount e figlio di Larry Ellison, alleato di Trump. Secondo le fonti, i vertici del Dipartimento si sono convinti dopo un colloquio di due ore tenutosi il mese scorso, durante il quale Ellison avrebbe risposto in modo convincente a gran parte delle domande dello staff. Lo stesso Ellison avrebbe riferito a funzionari dell’amministrazione di voler apportare cambiamenti importanti alla CNN, di proprietà Warner e tra le fonti di informazione meno gradite al presidente.
Il vice procuratore generale Stanley Woodward Jr. ha messo in dubbio le fonti dell’articolo che ha sollevato il caso, rivolgendosi direttamente alla giornalista che lo aveva firmato. Ha scritto che un team di avvocati di carriera non si sarebbe mai rivolto a un cronista invece che alla propria catena di comando, aggiungendo che la sua porta resta sempre aperta. Vale la pena ricordare che Warner Bros. aveva inizialmente un accordo di fusione con Netflix e aveva bollato l’offerta di Paramount come illusoria, proprio per via dell’enorme quantità di finanziamento a debito che richiedeva. Paramount ha però insistito con un tentativo di scalata ostile, vincendo alla fine la guerra delle offerte. Tra l’altro l’operazione necessita anche di una deroga della FCC, dato che coinvolge quote azionarie consistenti dei fondi sovrani di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
Sul fronte interno la partita non è chiusa. California, New York e altri Stati americani avrebbero intenzione di presentare nelle prossime settimane una causa per bloccare la fusione. Anche i regolatori dell’Unione Europea stanno passando al setaccio le modalità di finanziamento e gli effetti sulla concorrenza. Una dinamica già vista con la vicenda Live Nation e Ticketmaster, quando l’amministrazione Trump si era sfilata dal processo lasciando soli i procuratori statali, che hanno poi vinto la causa. Una giuria federale ad aprile ha stabilito che le due società gestiscono un monopolio illegale, con tariffe gonfiate a danno dei fan, e ora è in corso un procedimento separato sui danni e sui possibili rimedi, tra cui anche uno spezzatino della società.