Vitamina D e salute del cervello: un legame che potrebbe rivelarsi più importante di quanto si pensasse finora. Uno studio pubblicato il primo aprile 2026 sulla rivista Neurology Open Access, organo ufficiale dell’American Academy of Neurology, ha seguito quasi 800 persone per 16 anni, scoprendo che chi aveva livelli più alti di vitamina D tra i 30 e i 40 anni presentava successivamente quantità inferiori di proteina tau nel cervello. E la proteina tau, va detto, è uno dei marcatori più strettamente associati alla demenza.
Lo studio: 16 anni di osservazione su quasi 800 adulti
La ricerca ha coinvolto 793 adulti con un’età media di 39 anni, tutti senza alcuna forma di demenza al momento dell’arruolamento. A ciascun partecipante è stato misurato il livello di vitamina D nel sangue all’inizio dello studio. Circa 16 anni dopo, tutti sono stati sottoposti a scansioni cerebrali per valutare la presenza di proteina tau e di beta amiloide, entrambe considerate biomarcatori della malattia di Alzheimer. Un livello di vitamina D superiore a 30 nanogrammi per millilitro (ng/mL) è stato classificato come alto, mentre al di sotto di quella soglia si parlava di livello basso. Dato interessante: il 34% dei partecipanti aveva livelli bassi di vitamina D, e solo il 5% dichiarava di assumere integratori.
Dopo aver tenuto conto di variabili come età, sesso e sintomi depressivi, i ricercatori hanno osservato che livelli più elevati di vitamina D erano associati a quantità inferiori di proteina tau nel cervello anni dopo. Tuttavia, non è emersa alcuna correlazione tra i livelli di vitamina D e la quantità di beta amiloide. Questo punto è significativo: la vitamina D sembra avere un legame specifico con la tau, ma non con l’altro grande biomarcatore dell’Alzheimer.
Un’associazione, non una prova definitiva
Vale la pena sottolinearlo con chiarezza: lo studio mostra un’associazione, non una relazione di causa ed effetto diretta. I ricercatori stessi lo precisano. Martin David Mulligan, dell’Università di Galway in Irlanda e autore dello studio, ha dichiarato che i risultati suggeriscono come livelli più alti di vitamina D nella mezza età possano offrire una protezione contro lo sviluppo di depositi di tau nel cervello. Ha aggiunto che bassi livelli di vitamina D potrebbero rappresentare un fattore di rischio potenzialmente modificabile e trattabile per ridurre il rischio di demenza. Mulligan ha anche specificato che questi risultati necessitano di ulteriori conferme attraverso studi aggiuntivi.
Un aspetto che lo stesso ricercatore ha sottolineato riguarda il momento della vita in cui si interviene. La mezza età, ha spiegato, è una fase in cui la modifica dei fattori di rischio può avere un impatto maggiore sulla salute futura del cervello. Tradotto: agire sui livelli di vitamina D quando si è ancora relativamente giovani potrebbe fare la differenza decenni più tardi. Tra i limiti dello studio, uno in particolare merita attenzione: i livelli di vitamina D sono stati misurati una sola volta, senza un monitoraggio nel tempo. Questo significa che non è possibile sapere se i partecipanti hanno mantenuto quei livelli costanti nel corso dei 16 anni, oppure se ci sono state variazioni significative. La ricerca è stata finanziata dal National Institute on Aging, dal National Institute of Neurological Disorders and Stroke, dall’Irish Research Council e dall’Health Research Board of Ireland.