Dal 12 novembre 2025 entra ufficialmente in vigore l’obbligo di verifica dell’età per accedere a oltre 40 siti pornografici dall’Italia, tra cui OnlyFans, PornHub, Redtube e Xvideos. La misura, promossa da AGCOM in accordo con il governo, punta a limitare la diffusione della pornografia tra i minorenni, introducendo un sistema di controllo più rigido rispetto alla tradizionale autocertificazione tramite clic sul pulsante “Ho più di 18 anni”.
La novità si basa sul principio del “doppio anonimato”, che tutela contemporaneamente privacy e identità dell’utente. In pratica, la verifica viene affidata a un ente certificato di terze parti, come la piattaforma britannica Yoti, già utilizzata in altri Paesi per scopi analoghi. L’ente conosce l’identità della persona ma non il sito a cui vuole accedere, mentre il portale sa soltanto che l’utente è maggiorenne, senza conoscere la sua identità.
Yoti offre diverse modalità di verifica, tra cui il riconoscimento facciale tramite selfie o l’upload di un documento d’identità, e cancella automaticamente i dati entro 24 ore, o subito dopo il completamento della procedura.
Un obbligo ancora teorico
Nonostante l’entrata in vigore del provvedimento, i controlli restano in gran parte inapplicati. Verifiche effettuate in queste ore mostrano che diversi siti – compresi i più popolari come PornHub, Xvideos e YouPorn – continuano a permettere l’accesso con la semplice conferma di maggiore età, senza alcun passaggio aggiuntivo. L’unico grande portale ad aver già implementato la misura risulta essere OnlyFans, che da giorni richiede la verifica tramite provider esterno.
Le criticità non mancano: secondo il Codacons, l’iniziativa è “una goccia nel mare”, poiché facilmente aggirabiletramite l’uso di VPN che consentono di simulare un accesso dall’estero, dove tali restrizioni non sono previste. Inoltre, molti contenuti pornografici oggi circolano liberamente su social network e app di messaggistica, rendendo difficile un controllo effettivo.
Dubbi sull’efficacia e rischio discriminazione
Oltre ai limiti tecnici, restano perplessità giuridiche e pratiche. Da un lato, il provvedimento copre solo 45 siti, lasciando fuori migliaia di piattaforme minori e meno controllate; dall’altro, i portali coinvolti potrebbero invocare discriminazione territoriale, poiché la restrizione riguarda solo l’Italia.
Il rischio, come sottolineano diversi esperti, è che gli utenti si spostino verso siti non regolamentati, spesso più invasivi sul piano della privacy o della sicurezza informatica. Intanto, l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità delle autorità di imporre l’adeguamento effettivo e di evitare che il blocco resti solo formale.