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Un vaccino a mRNA personalizzato contro il melanoma, la forma più letale di tumore della pelle, ha ridotto del 42% il rischio di morte o di recidiva rispetto al trattamento standard in uno studio clinico in fase avanzata. A comunicarlo giovedì sono state Moderna e Merck, le due aziende farmaceutiche che stanno sviluppando insieme questa terapia. Un risultato importante per chi combatte contro questa malattia, tanto che le società hanno già avviato i contatti con le autorità regolatorie per ottenere l’approvazione. Ma il successo va oltre il singolo caso, perché rafforza l’idea che i vaccini a mRNA e i farmaci costruiti su misura per il tumore di ciascun paziente possano aprire una strada nuova nella cura del cancro.
Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna, ha spiegato in una nota che l’azienda ha creduto fin dall’inizio nella possibilità di usare la tecnologia mRNA per sviluppare cure abbinate in modo unico al tumore di ogni paziente. Secondo Bancel questi dati segnano un momento decisivo per quella visione e mostrano cosa si può ottenere quando si ripensa il modo in cui vengono prodotti i farmaci. Ha aggiunto che i risultati confermano la convinzione che l’mRNA possa cambiare profondamente il modo di trattare il cancro.
Vaccino mRNA: come è nato l’annuncio e come funziona lo studio
Già ad agosto le due aziende avevano fatto sapere che il vaccino aveva superato la prova, senza però entrare nei dettagli. L’idea era presentare i numeri al congresso della Società Europea di Oncologia Medica, in corso in questi giorni a Madrid. La presentazione era prevista per sabato, ma alcune anticipazioni sono circolate prima del previsto rompendo l’embargo e così Moderna e Merck hanno deciso di diffondere subito i risultati principali. I dati completi sono stati accettati per la pubblicazione sul New England Journal of Medicine.
Lo studio di Fase 3 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma dallo stadio IIB al IV, tutti già operati per rimuovere il tumore prima di entrare nella sperimentazione. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale, con un rapporto di due a uno, a ricevere la combinazione tra il vaccino personalizzato e la terapia standard oppure la sola terapia standard. Quest’ultima era Keytruda, l’anticorpo monoclonale di Merck ormai consolidato nella cura dei tumori.
Il siero sperimentale si chiama intismeran, noto anche con la sigla mRNA 4157. Contiene un mRNA sintetico che riporta il codice genetico di un massimo di 34 mutazioni presenti nelle cellule tumorali del singolo paziente. Per produrlo i ricercatori mettono a confronto le sequenze genetiche delle cellule malate con quelle sane e selezionano le mutazioni specifiche del cancro, quelle che possono aiutare il sistema immunitario a colpire in modo mirato solo le cellule tumorali.
I numeri del vaccino contro il melanoma
I ricercatori hanno misurato due parametri. Il primo è la sopravvivenza libera da recidiva, cioè il tempo che il paziente trascorre senza che il tumore si ripresenti. Il secondo è la sopravvivenza libera da metastasi a distanza, ovvero il periodo in cui il cancro non ricompare in una parte del corpo diversa da quella d’origine.
Dopo due anni chi aveva ricevuto intismeran insieme a Keytruda mostrava una riduzione del 42% del rischio di recidiva o morte rispetto a chi aveva assunto Keytruda con un placebo. Tradotto in pratica, l’82% dei pazienti trattati con la combinazione era ancora vivo e senza ritorno della malattia, contro il 70% del gruppo di controllo. Per quanto riguarda le metastasi a distanza, l’abbinamento ha ridotto il rischio di metastasi o morte del 38%. Alla fine dello studio era vivo e libero da metastasi a distanza l’88,5% dei pazienti con il vaccino, contro l’80% di chi aveva ricevuto solo Keytruda e placebo.
L’effetto si è rivelato meno marcato rispetto a quello osservato in uno studio di Fase 2 durato cinque anni, che aveva registrato una riduzione del 49% del rischio di recidiva o morte e del 59% del rischio di metastasi a distanza o morte. Resta comunque un passo avanti rilevante per i pazienti. Dean Li, presidente dei Merck Research Laboratories, ha dichiarato che si tratta del primo studio di Fase 3 capace di dimostrare un miglioramento clinicamente significativo di entrambi i parametri rispetto a Keytruda nei pazienti con melanoma asportato chirurgicamente, fissando un nuovo punto di riferimento nella terapia adiuvante e rappresentando uno dei progressi più importanti nella cura del melanoma dall’arrivo dell’immunoterapia.
Fonte: TecnoAndroid


