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Alla UC Berkeley un professore ha deciso di abolire i compiti a casa con voto, perché l’uso dilagante dell’intelligenza artificiale li avrebbe resi del tutto inutili. Si tratta di Richard Borcherds, matematico di fama mondiale e vincitore della Medaglia Fields, secondo cui oggi è diventato quasi impossibile distinguere un elaborato scritto davvero da uno studente da uno prodotto con l’aiuto di un chatbot. Per valutare la preparazione dei suoi allievi e capire come stanno andando nel corso ha scelto quindi di puntare soprattutto sugli esami in presenza, senza alcun dispositivo elettronico sul banco.
Le sue parole non lasciano molto spazio all’interpretazione. “Gli esami online ormai sono una perdita di tempo, visto che diversi studenti usano semplicemente l’AI per rispondere alle domande. Non riesco a capire chi la stia usando, ma noto che il punteggio medio negli esami online sale parecchio” ha spiegato Borcherds. E ancora: “Valutare la correttezza delle risposte crea solo un enorme incentivo a usare l’AI per i compiti invece di svolgerli da soli, e finisce per penalizzare chi è onesto. Pagare qualcuno per correggere risposte generate dall’AI è uno spreco di tempo e di denaro”.
UC Berkeley: dai primi errori dei chatbot a testi quasi impossibili da riconoscere
Il fenomeno ha preso piede a novembre 2022, quando OpenAI ha lanciato GPT 3.5, il primo modello linguistico a diventare davvero popolare. All’epoca questi sistemi commettevano errori piuttosto frequenti e un uso eccessivo saltava subito all’occhio. Col tempo però la tecnologia è migliorata al punto che oggi riconoscere un testo scritto con l’aiuto di un’AI è diventato molto complicato.
Diversi ricercatori hanno dimostrato che gli studenti ottengono regolarmente voti più alti quando sostengono le prove online. Non esiste una prova definitiva che il merito sia dell’intelligenza artificiale, ma lo scarto tra i risultati è talmente ampio da aver spinto gli studiosi a una conclusione precisa: gli esami a distanza senza sorveglianza non rispecchiano più quello che gli studenti hanno imparato davvero durante il corso.
Un caso emblematico arriva dalla Brown University. Nei mesi scorsi un docente si è accorto che i suoi studenti avevano raggiunto una media del 96% negli esami di metà semestre da svolgere a casa, un balzo enorme rispetto alla media storica che oscillava tra il 65% e l’80%. Il professore ha allora deciso di far sostenere gli esami finali in aula. Il risultato è stato piuttosto eloquente, perché soltanto due studenti hanno ottenuto un punteggio entro il 10% rispetto al voto della prova intermedia e appena uno è riuscito a fare meglio.
Strumenti di rilevamento poco affidabili e libertà ai docenti
Va detto che non tutti gli strumenti di AI sono così disponibili ad aiutare chi vuole copiare. Cursor AI per esempio ha risposto a un utente suggerendogli di imparare a programmare invece di chiedere di generare il codice al posto suo. Si tratta comunque di un singolo strumento in un mare di alternative, e questo rende praticamente impossibile impedire agli studenti di affidarsi ai chatbot.
Dal canto suo la UC Berkeley ha già valutato alcuni software di rilevamento dell’AI per provare a gestire la situazione, ma li ha giudicati poco affidabili. Per questo l’ateneo californiano ha scelto di lasciare ai professori piena libertà nel definire le proprie regole sull’intelligenza artificiale, a patto che vengano messe nero su bianco nel programma di ciascun corso. Quanto a Borcherds, il matematico sostiene che se la cosa peggiore che l’AI potrà fare sarà rendere più difficile per gli insegnanti correggere i compiti degli studenti, allora si sentirà “molto sollevato”.
Fonte: TecnoAndroid


