La seconda stagione di The Pitt sta per chiudersi e, ancora una volta, la serie con Noah Wyle si conferma qualcosa di molto più profondo di un semplice medical drama. Corridoi pieni, decisioni prese in pochi secondi, pressione costante e margine d’errore ridotto al minimo. Il finale della seconda stagione va in onda il 16 aprile su HBO Max, ma il racconto che emerge da questi episodi ha una risonanza che va ben oltre la finzione. Guardato dall’Italia, quello che succede nelle corsie di The Pitt somiglia parecchio a quanto accade nei nostri ospedali. E non è un caso.
Uno dei fili narrativi più forti di questa stagione riguarda il contenzioso legale. Già nelle prime scene, la dottoressa “Mel” si ritrova ad affrontare una deposizione per malpractice e i colleghi la tranquillizzano con una frase che fa riflettere. Ci siamo passati tutti, è quasi routine. Ecco, in Italia la situazione non è poi così diversa.
Secondo l’ex medico d’urgenza Daniele Coen, che per 15 anni ha guidato il Pronto Soccorso dell’Ospedale Niguarda di Milano e oggi si dedica alla divulgazione sanitaria (il suo ultimo libro, Corsia d’emergenza, è pubblicato da Chiarelettere), si stimano circa 300mila cause aperte tra penali, civili e patteggiamenti, con circa 30mila nuove istanze ogni anno. Numeri che descrivono un sistema dove il rischio legale è ormai parte integrante del mestiere. Con un dettaglio non da poco, l’Italia è uno dei pochi Paesi dove esiste ancora il penale per l’errore medico colposo. Tra udienze, incontri con gli avvocati e dibattimenti, ogni singola causa può trascinarsi per 5 o 10 anni.
Quando il rischio di denuncia diventa strutturale, cambia inevitabilmente anche il modo di curare. Entra in gioco la cosiddetta medicina difensiva, che da un lato si traduce in eccesso di esami, controlli non necessari, ricoveri in più. Dall’altro in un atteggiamento opposto. Evitare interventi troppo invasivi o rischiosi per non esporsi. Coen stima che la medicina difensiva costi ogni anno circa 10 miliardi di euro, pari al 10% della spesa sanitaria complessiva. La miglior tutela per chi cura, secondo il medico, resta la totale trasparenza con il paziente. Non basta una firma su un modulo, serve una comprensione condivisa. È lì che la medicina torna a essere relazione e non solo procedura.
The Pitt: turni massacranti e intelligenza artificiale in corsia
Se c’è qualcosa che The Pitt restituisce con precisione quasi fisica è la fatica. La seconda stagione conta 15 episodi, ognuno racconta un’ora del turno. I volti si svuotano, la lucidità diventa una risorsa da centellinare. Coen commenta che tutti vorrebbero avere persone sveglie e riposate quando si occupano della salute altrui, ma la realtà è diversa. Coprire i turni significa spesso scegliere tra meno personale con attese più lunghe, oppure più personale insieme ma più stanco per le inevitabili ore di straordinario. Nel mezzo, una carenza strutturale che viene da lontano. Almeno due decenni di cattiva programmazione, tra blocchi delle assunzioni, pensionamenti non compensati e fughe verso specialità meno esposte e meglio retribuite.
In questa seconda stagione di The Pitt fa il suo ingresso anche l’intelligenza artificiale, non come soluzione miracolosa ma come presenza silenziosa e a tratti ambigua. Per Coen il primo vantaggio dell’AI in Pronto Soccorso è organizzativo. Può aiutare a liberarsi della burocrazia e a gestire un carico amministrativo ormai soffocante. Tra moduli da compilare e dati da inserire nei sistemi informatici, si perde una quantità enorme di tempo. Se l’AI riesce a semplificare questi passaggi, può fare davvero la differenza. Anche nella diagnostica per immagini sta già dando risultati superiori all’uomo in alcuni ambiti. Quando però si passa alla decisione clinica, il discorso cambia. Una persona non è solo un insieme di dati, è fatta anche di bisogni, desideri, elementi sociali difficili da restituire alle macchine. E poi resta il nodo della responsabilità. Se l’AI suggerisce una scelta, chi decide davvero? Chi risponde se qualcosa va storto?
Infermieri e salute mentale, i punti più fragili del sistema
C’è una presenza in The Pitt che nella realtà è spesso sottovalutata: quella del personale infermieristico. Coen è netto su questo punto. Non dovrebbe più essere considerato subordinato in alcun modo. Negli ultimi decenni la professione è cambiata radicalmente, con laurea universitaria, anche magistrale, autonomia crescente e competenze sempre più ampie. Si tratta di una professione parallela a quella medica, non ancillare, e come tale andrebbe trattata anche economicamente. Eppure, quello degli infermieri rappresenta forse il punto più fragile del sistema sanitario italiano. Se per il rapporto medici e abitanti il Paese è più o meno in linea con la media europea, per il numero di infermieri la situazione è drammaticamente sotto. La carenza è strutturale. Mancano, e mancheranno sempre di più.
Un ultimo fronte meno visibile ma altrettanto urgente, di cui la serie The Pitt si fa essa stessa manifesto, è la salute mentale di chi lavora in Pronto Soccorso. Ansia e stress sono all’ordine del giorno. Coen sottolinea che il reparto d’urgenza può e forse dovrebbe essere un luogo di passaggio: un’esperienza formativa straordinaria, una palestra intensissima dove si impara a decidere in fretta e a reggere l’imprevedibilità, ma che non deve per forza essere un destino permanente.
Un conto è reggere certi ritmi a 30 anni, un conto a 60. Da qui la necessità di immaginare percorsi più flessibili, offrire alternative concrete a chi dopo anni in prima linea sente il bisogno di cambiare, senza vivere la scelta come una fuga. E al tempo stesso rendere davvero sostenibile il lavoro per chi decide di restare. Perché non si tratta di trattenere tutti a ogni costo, ma di permettere a ciascuno di scegliere senza consumarsi.