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I tetti biosolari, quelli che in gergo tecnico vengono chiamati anche biosolar roof, stanno diventando una delle risposte più concrete al problema del caldo estremo nelle città, perché mettono insieme due elementi che finora hanno viaggiato separati: la vegetazione e i pannelli fotovoltaici sulla stessa copertura. Un’idea semplice sulla carta, molto meno banale nelle conseguenze, dato che punta a risolvere in un colpo solo il disagio di chi vive negli edifici e il calo di rendimento degli impianti solari quando la temperatura schizza verso l’alto.
Il tema del caldo, del resto, è passato dall’essere una questione stagionale a un nodo strutturale. Siccità, consumi elettrici che salgono, ricadute sulla salute delle persone: sono tutti pezzi dello stesso quadro. E se la tendenza dovesse confermarsi negli anni a venire, la lista dei problemi da affrontare rischia di allungarsi parecchio. Gli edifici, in questo senso, sono contemporaneamente vittime e parte della soluzione.
Perché i pannelli solari soffrono quando fa troppo caldo
C’è un dettaglio che sfugge a molti e che invece pesa moltissimo sul bilancio energetico di un impianto. I pannelli solari danno il meglio intorno ai 25 °C, e quando la temperatura sale oltre quella soglia la loro efficienza comincia a scendere. Sembra un paradosso, ed effettivamente lo è: proprio nelle giornate in cui il sole picchia con più forza, cioè quando l’irraggiamento sarebbe teoricamente massimo, il modulo fotovoltaico lavora in condizioni peggiori del previsto.
Da qui nasce la domanda che ha spinto la ricerca in questa direzione. Come si fa a produrre più energia esattamente nei giorni in cui il sole è più intenso? Non basta aggiungere pannelli, non basta migliorare l’inverter. Serve intervenire sulla temperatura di esercizio, cioè sull’ambiente in cui i moduli si trovano a operare. Ed è qui che entra in scena la vegetazione, che di suo lavora come un sistema di raffrescamento naturale, senza consumare corrente e senza ventole.
Il biosolar roof come modello per le città
La formula del biosolar roof prevede quindi una copertura in cui il verde e il fotovoltaico convivono, occupando la stessa superficie invece di farsi concorrenza. Un approccio che ribalta un’abitudine consolidata, perché per anni la scelta è stata di tipo aut aut: o si realizzava un tetto verde, o si installavano i moduli. Mettere le due cose insieme significa invece sfruttare al massimo uno spazio che nelle aree urbane è sempre più prezioso e che di solito resta inutilizzato.
Il vantaggio, almeno sulla carta, è doppio. Da un lato la vegetazione contribuisce ad abbassare la temperatura della copertura e di conseguenza quella dei moduli, con effetti positivi sulla produzione elettrica. Dall’altro il verde in quota agisce sul microclima dell’edificio e dell’area circostante, riducendo quell’effetto forno che d’estate rende invivibili molti quartieri costruiti a cemento e asfalto.
Per le città si tratta di un cambio di prospettiva interessante, perché i tetti rappresentano una superficie enorme e quasi sempre trascurata. Trasformarli in elementi attivi, capaci sia di generare energia sia di mitigare il calore accumulato durante il giorno, apre uno scenario diverso rispetto alla semplice installazione di impianti su lastrico solare. E lo fa senza richiedere nuovo suolo, un aspetto che nei contesti urbani densi conta parecchio.
Resta il fatto che il rapporto tra fotovoltaico e temperatura è un vincolo fisico con cui bisogna fare i conti, non un fastidio secondario. Ogni grado in più oltre la soglia ideale si traduce in energia che non viene prodotta, e su un intero condominio o su un capannone industriale la differenza si sente sulla bolletta. I tetti verdi abbinati ai moduli provano a intercettare proprio questo margine, quello che oggi si perde silenziosamente nelle ore centrali delle giornate più torride.









