TESS ha appena fatto qualcosa che nessuno aveva messo in conto quando il satellite è stato spedito nello spazio. Il telescopio della NASA ha individuato un esopianeta sfruttando una tecnica che, sulla carta, non avrebbe mai dovuto rientrare tra i suoi compiti. È la prima volta in assoluto che succede, e la scoperta apre la porta a un’idea affascinante, ovvero che negli archivi di dati raccolti fino a oggi potrebbero nascondersi altri pianeti simili, sfuggiti finora a chiunque.
Una scoperta arrivata dove non doveva
Il punto è tutto qui. TESS nasce per cacciare pianeti con un metodo ben preciso, il transito, cioè osservando quel minuscolo calo di luminosità che una stella subisce quando un corpo le passa davanti. Ma il pianeta appena scovato non è stato trovato così. È emerso grazie al microlensing, un fenomeno completamente diverso, e questo cambia parecchio le cose.
Il microlensing si basa su un principio previsto dalla relatività di Einstein. Quando una stella con un pianeta passa davanti a un’altra stella più lontana, la gravità del corpo in primo piano funziona come una lente e piega la luce di quella sullo sfondo, amplificandola per un breve periodo. Non serve vedere direttamente il pianeta, basta cogliere quella variazione di luce. Il problema è che nessuno aveva mai pensato che un satellite come questo potesse riuscirci.
Le parole di chi c’era e cosa cambia adesso
A raccontarlo è Diana Dragomir, professoressa alla University of New Mexico e tra gli autori dello studio uscito su The Astrophysical Journal Letters. Non usa mezzi termini quando descrive lo stupore del team davanti a questo risultato. Le sue parole sono nette: quando la missione è partita, nessuno si aspettava che sarebbe mai stata in grado di trovare un pianeta di questo tipo.
Ed è proprio questo il dettaglio che rende la faccenda interessante per gli addetti ai lavori. Se TESS è stato capace di rilevare un evento di microlensing senza essere stato progettato per farlo, significa che la stessa cosa potrebbe essere accaduta altre volte, magari senza che nessuno se ne accorgesse. I dati sono lì, archiviati, in attesa che qualcuno li rilegga con occhi diversi.
La prospettiva è quella di andare a scavare in mesi e mesi di osservazioni già effettuate, cercando quei brevi lampi di luce amplificata che finora erano passati inosservati. Un lavoro di rilettura che potrebbe restituire nuovi esopianeti senza bisogno di nuove missioni o strumenti aggiuntivi, semplicemente guardando meglio ciò che è già stato raccolto.