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Tra la vita e la morte potrebbe esserci spazio per un terzo stato biologico, una condizione finora poco considerata in cui alcune cellule prelevate da organismi ormai morti continuano a mostrare un’attività sorprendente. In laboratorio queste cellule riescono infatti a riorganizzarsi e perfino a muoversi, un comportamento che apre prospettive nuove per la medicina rigenerativa e che spinge a ripensare il confine, apparentemente netto, tra ciò che è vivo e ciò che non lo è più.
Il punto di partenza è una distinzione che sembra semplice ma non lo è affatto. Di solito si immagina la morte come un interruttore che si spegne di colpo, una volta per tutte e per ogni parte del corpo. Le cose però vanno diversamente. La fine di un organismo non coincide necessariamente con la fine immediata di tutte le sue cellule, e proprio in questo scarto temporale e biologico si inserisce l’idea che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica.
Che cosa si intende per terzo stato
L’espressione terzo stato viene usata da alcuni ricercatori per descrivere ciò che certe cellule sono in grado di fare dopo essere state rimosse dal loro contesto originario. Non si tratta di un termine scelto per fare effetto. Serve piuttosto a dare un nome a una situazione che non rientra comodamente nelle due categorie classiche: l’organismo da cui provengono non è più in vita, eppure quelle unità biologiche, separate dal resto, mantengono una forma di attività che non si può liquidare come semplice assenza di vita.
Il concetto mette in discussione un’abitudine mentale radicata. Un essere vivente è un insieme coordinato di componenti, e quando questo insieme smette di funzionare come un tutto le sue singole parti non scompaiono per forza nello stesso istante. Alcune cellule, tolte dall’ambiente in cui erano nate, sembrano trovare un modo diverso di esistere. È questa zona intermedia, sospesa tra due condizioni opposte, che gli studiosi hanno provato a racchiudere in una definizione nuova.
Cellule che si riorganizzano e si muovono in laboratorio
L’aspetto più sorprendente riguarda il comportamento osservato una volta che queste cellule si trovano fuori dall’organismo. Invece di limitarsi a degradarsi, riescono a riorganizzarsi e a muoversi. Due capacità che, a prima vista, si associano a qualcosa di pienamente vivo e attivo, non certo a materiale prelevato da un corpo che ha già cessato le proprie funzioni.
È proprio qui che entra in gioco la medicina rigenerativa, il settore che lavora sulla possibilità di riparare o ricostruire tessuti. Scoprire che cellule provenienti da organismi morti conservano una simile capacità di adattamento apre scenari che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati poco plausibili. Il fatto che queste strutture sappiano ricomporsi e spostarsi in un ambiente diverso da quello d’origine offre ai ricercatori un nuovo punto di osservazione su come si comportano le cellule quando vengono liberate dai vincoli del corpo a cui appartenevano.
Per ora il fenomeno resta circoscritto all’ambiente controllato del laboratorio, dove le cellule vengono studiate dopo essere state separate dal loro contesto naturale. Ed è lì che, prelevate da organismi ormai privi di vita, hanno dimostrato di potersi riorganizzare e muovere, alimentando l’ipotesi di un terzo stato biologico collocato tra la vita e la morte.
Fonte: TecnoAndroid


