Quando si parla del primo vero gigante di Internet nato in Spagna, il nome che salta fuori è uno soltanto, Terra. Per capire come sia diventato sinonimo di “mezza Internet” in tutto il mondo di lingua spagnola, però, bisogna tornare indietro nel tempo, fino a un’epoca fatta di modem da 56 Kbps, telefonate che tagliavano la connessione proprio sul più bello e videoclub all’angolo della strada.
Siamo nel 1999. Si aspettavano le sei di sera per collegarsi, si malediceva la chiamata che faceva saltare tutto, e in tv Mendieta segnava un gol pazzesco che magari qualcuno registrava ancora in VHS. I fortunati che avevano un cellulare giocavano a Snake. Encarta, discman, dischetti, macchine fotografiche a rullino. In quel contesto arrivò Terra. E dire “Terra“, per un po’, voleva dire quasi tutto il web in lingua spagnola.
Terra: da Olé al primo motore di ricerca in spagnolo
Le radici affondano nel 1996, anno in cui nasce Olé, il cui nome folkloristico altro non era che la sigla di Ordenamientos de Links Especializados. Fu il primo motore di ricerca disponibile in castigliano, attivo dal dominio Ole.es a partire dal 1 gennaio 1996. Dietro c’era Pep Vallés, destinato a diventare una delle figure più importanti della storia digitale spagnola.
Il percorso di Josep Vallés Rovira, questo il nome completo, comincia in modo curioso. A 17 anni il padre lo mette a dirigere la sua palestra, mentre lui studiava pianoforte e Diritto. Ebbe l’idea di aggiungere piscine e campi da squash, lo sport del momento per la classe media benestante, e portò i conti da una perdita di cento milioni di pesetas (circa 600.000 euro) a un guadagno della stessa cifra.
Da lì in poi, Vallés vendette di tutto. Camion, prima nel sud di Barcellona e poi addirittura in Guinea Equatoriale, dove finì per barattare prodotti farmaceutici con caffè e cacao da rivendere. Sangue da commerciante. Nel 1992, a 29 anni, torna a Barcellona senza sapere praticamente nulla di informatica. Eppure il suo fiuto commerciale e la sua rete di contatti convincono l’ambiente della Generalitat Catalana a puntare su di lui.
A ingaggiarlo fu la Fundació Catalana per a la Recerca, ente a metà tra pubblico e privato, come direttore commerciale di Cinet, un nuovo provider di accesso a Internet. Vallés venne spedito tre mesi negli Stati Uniti, tutto spesato, per imparare il mestiere. E proprio lì, insieme al suo capo José Gaspa Rovira, nacque l’idea di Olé, presentata nel momento perfetto. Yahoo! stava esplodendo in America. Con un milione di pesetas (circa 6.000 euro) e l’accesso ai computer della fondazione, il progetto prese forma.
La nascita di Terra e la polemica che fece tremare Telefónica
Il nazionalismo catalano non vedeva di buon occhio un prodotto chiamato “Olé”, troppo spagnolo, e per giunta solo in castigliano. Nell’estate del 1996 partirono le interrogazioni e la fondazione fu costretta a liberarsene. Per appena 200.000 pesetas restituì la proprietà a Vallés e Gaspa, che poco dopo sarebbero diventati milionari rivendendola. Le operazioni continuarono dallo scantinato della madre di Vallés.
Olé cresceva e assomigliava sempre di più a Yahoo! o ad AOL: chat, notizie d’agenzia, posta elettronica con il mitico MixMail, un motore di ricerca che era più che altro una directory di siti per categoria. Intanto i fondatori facevano ingegneria fiscale tra Belgio e Lussemburgo, in attesa che qualche gigante comprasse tutto. Cosa che puntualmente accadde.
Entra in scena Martín Velasco, consigliere di Amper, società controllata da Telefónica. Capito l’affare, ne parlò con Juan Villalonga, allora presidente del colosso, e propose di far comprare Olé direttamente alla teleco. Nel frattempo entrò in Infosearch come azionista, mettendosi in tasca quasi 2.000 milioni di pesetas.
Terra esisteva già come progetto interno: Telefónica aveva messo 1.500 milioni di pesetas perché 40 dipendenti costruissero un portale di contenuti tramite Teleline. Velasco lasciò Amper giusto in tempo, due mesi prima che Olé venisse venduta a Telefónica per 3.000 milioni di pesetas e l’8% delle azioni di Terra.
La cosa cadde malissimo al team che lavorava a Terra da settembre del 1998. Nacho Palou ricorda come tutto il loro lavoro venne praticamente buttato per scegliere Olé. Nel maggio del 1999, quando Terra era pronta, gran parte del gruppo se ne andò. Antonio Sáez guidò l’esodo, convinse Martin Varsavsky a dare il via libera a un progetto simile sotto Jazztel, e da una lettera che girava tra i computer con il nome “Bye bye Telefónica.doc” nacque mesi dopo Ya.com.
Il nome Terra, curiosamente, uscì da un concorso interno nell’inverno del 1999, premio in palio un prosciutto. Lo ideò Álvaro Ibáñez, pescandolo da un’enciclopedia astronomica, ma quando arrivò l’annuncio era già in Ya.com. “E il prosciutto manco l’ho visto”, ricorda ancora oggi tra le risate. Il dominio Terra.org apparteneva a una ONG ecologista catalana, e Telefónica lo comprò scambiandolo con una somma aggiuntiva. Quel dominio è ancora oggi della ONG.
Sul fronte giudiziario, Villalonga finì nel mirino per presunto uso di informazioni privilegiate, in un’operazione che rese milionari diversi protagonisti. L’indagine durò anni e coinvolse anche la fondazione, ma il caso venne poi archiviato.
Terra non si fermò: comprò Infosel, Gauchonet, Donde e ZAZ, tutte latinoamericane, perché la Spagna non fu mai il limite. Poi arrivò la mossa più rovinosa. Villalonga decise di acquistare Lycos per 12.500 milioni di dollari, con l’idea di dominare la comunità latina degli Stati Uniti. Quattro anni dopo venne rivenduta per 94 milioni di dollari, lo 0,75% di quanto era costata.