La vicenda è tanto semplice quanto inquietante: la Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro del valore di 1,4 milioni di euro, misura poi convalidata dal tribunale di Foggia. Quattro persone, tutte residenti nella provincia, sono ora indagate per truffa aggravata in concorso ai danni dello Stato. Le indagini, partite da una segnalazione dell’INPS di Andria, hanno fatto emergere un piano ben congegnato: 59 richieste di Assegno Unico Universale intestate a presunte cittadine rumene, ognuna con cinque o sei figli a carico. Peccato che quei nuclei familiari non esistessero.
Non si tratta della solita frode improvvisata. Le autorità, avvalendosi della cooperazione internazionale e del supporto dei Carabinieri di Trinitapoli, hanno ricostruito uno schema articolato, capace di sfruttare punti ciechi amministrativi e tecnologici. La sostanza è questa: esistevano domande formali, numeri di pratica, riconoscimenti anagrafici, conti su cui incassare gli assegni — eppure, dietro quelle carte c’erano solo false attestazioni. L’ordine di sequestro ha bloccato somme ingenti, frutto di erogazioni indebitamente ottenute con artifizi vari. Il tribunale ha ritenuto fondate le contestazioni e ha convalidato il blocco patrimoniale.
Il sistema e l’intelligenza artificiale: un rischio nuovo per il welfare
Quello che sorprende, e che dovrebbe mettere in allarme, è il livello di professionalità con cui la truffa è stata messa in opera. I quattro indagati — tra i quali figurano un dipendente dell’Anagrafe e uno di un centro CAF — non si sono limitati a compilare moduli. Hanno creato ex novo residenze, 59 carte d’identità, numerose schede prepagate Postepay, e poi hanno simulato rapporti di lavoro con due aziende agricole di Cerignola, giusto gli elementi necessari per far scattare l’erogazione dell’assegno. Per fare tutto questo si sono serviti anche dell’uso dell’intelligenza artificiale, che ha contribuito a generare identità documentali e storie lavorative credibili al primo sguardo.
Il risultato pratico era semplice e cinico: riscuotere assegni familiari per circa 2.300 euro al mese per ciascuno dei 59 nuclei fittizi. Le immagini delle telecamere e le registrazioni dei sistemi bancari hanno poi immortalato i prelievi ripetuti ai Postamat, compiuti per riscuotere ciò che lo Stato aveva versato. Durante le perquisizioni le forze dell’ordine hanno sequestrato contanti, documentazione, carte prepagate e dispositivi elettronici che ora saranno analizzati per ricomporre l’intera rete.
Questa indagine è una cartina di tornasole: dimostra quanto velocemente la tecnologia possa essere piegata a fini illeciti quando non esistono controlli adeguati. L’Assegno Unico Universale è stato pensato per semplificare e sostenere le famiglie, ma la complessità delle verifiche e la molteplicità di attori coinvolti — INPS, anagrafi comunali, CAF, istituti di credito — possono diventare un terreno fertile per chi sa muoversi tra le falle procedurali. Le tecniche di “identity fraud” non sono più solo carta e penna: oggi si usano algoritmi, immagini sintetiche e documentazione falsificata in modo molto sofisticato.
Non è necessario farsi prendere dal catastrofismo: si può rispondere con misure pratiche. Maggiore integrazione tra banche dati, controlli biometrici nei casi sospetti, verifiche incrociate più stringenti sui percorsi lavorativi dichiarati e un uso più intensivo di strumenti di analisi automatica per individuare schemi ripetitivi potrebbero ridurre il rischio. Serve però anche una politica che non lasci indietro la prevenzione: formare gli operatori, aggiornare i CAF, definire procedure rapide di verifica per evitare che somme consistenti escano dai circuiti pubblici prima ancora che una anomalia venga segnalata.
L’episodio foggiano lascia dietro di sé domande scomode: quanto è vasta la platea di truffe costruite con strumenti digitali? Quante pratiche simili restano non individuate? E, più pragmaticamente, come si resta un passo avanti rispetto a chi sfrutta l’intelligenza artificiale non per inventare il futuro, ma per intascare il presente? Le risposte richiederanno tempo e lavoro, ma la lezione è già chiara: il welfare si difende anche con tecnologia, controllo e sensibilità istituzionale.