Attualmente un insieme di materie prime assolutamente richiesto e prezioso e rappresentato dalle terre rare, queste ultime infatti giocano a ruolo assolutamente primario nella produzione di apparecchi elettronici dal momento che sono essenziali per poter produrre componenti di alta qualità, dietro questi minerali purtroppo però c’è una grande problematica relativa alla loro estrazione che è difficoltosa e comporta tra l’altro rischi sia per gli operatori coinvolti ma anche ambientali.
Un piccolo passo rivoluzionario, però potrebbe essere stato fatto dal team appartenente al Guangzhou Institute of Geochemistry, gli scienziati infatti hanno riconosciuto la presenza di cristalli su scala nanometrica di Monazite all’interno delle foglie di una felce tropicale, si tratta di un minerale delle terre rare che normalmente richiede condizioni di alta pressione e temperatura per formarsi e che invece all’interno di queste foglie si sviluppa a temperatura e pressioni ambientali, nello specifico la specie coinvolta è la Blechnum orientale.
La scoperta
Nello specifico, gli scienziati hanno analizzato porzioni di terreno con concentrazione di terre rare sulle quali crescevano per l’appunto varie tipologie di felce, andando più nel dettaglio, gli scienziati hanno analizzato la ultrastruttura della foglia di queste felci osservando che a livello intercellulare avveniva una sorta di mineralizzazione controllata di questi minerali delle terre rare, nello specifico questi non si depositavano dunque all’interno della cellula, bensì negli spazi interposti tra uno e l’altra, si tratta nello specifico di una strategia propria della cellula vegetale che sfrutta questi spazi per depositare gli elementi non ritenuti utili alla propria sopravvivenza.
Gli scienziati hanno definito questo fenomeno come sorprendente e come anche una possibile svolta nell’estrazione di questi minerali che al loro interno contengono elementi preziosissimi come cerio, lantanio e neodimio, elementi indispensabili magneti, laser, layer anticorrosione e anche materiali per la gestione dei rifiuti radioattivi.
Questa scoperta, ovviamente, entra a giocare un ruolo importante in un processo più ampio denominato phytomining, si tratta nello specifico di un processo che consiste nell’utilizzare piante in grado di estrarre metalli pesanti dei terreni e di accumularli proprio nelle loro foglie, una volta avviato questo processo poi vengono attuate dinamiche specifiche e precise che consentono di estrarre questi metalli proprio dalle foglie di tali piante, in parole povere la pianta svolge il lavoro di estrazione dal terreno, nonché quello più complicato, mentre all’uomo viene lasciato il compito di purificare questi metalli direttamente dalle piante.