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Satellite Swift della Nasa, missione finita dopo quasi 22 anni

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Dopo quasi ventidue anni passati a scrutare l’universo, la missione di Swift, uno degli osservatori più importanti della Nasa, è arrivata al capolinea. Il lavoro scientifico del satellite si è chiuso il 20 ottobre e nelle prossime settimane la sonda rientrerà nell’atmosfera terrestre, dove andrà distrutta. Con ogni probabilità resterà soltanto una piccola quantità di detriti, destinata a finire nell’oceano.

A decidere il destino dell’osservatorio è stata una lenta ma costante perdita di quota. Come accade a tutti i satelliti in orbita bassa, anche Swift ha dovuto fare i conti con la resistenza degli strati più esterni dell’atmosfera. Mancava un sistema di propulsione capace di contrastarla, così questo attrito ha avvicinato la sonda alla Terra un po’ alla volta. Negli ultimi tempi l’aumento dell’attività solare ha amplificato il fenomeno e reso la discesa ancora più rapida. Arrivato a circa 275 chilometri di altitudine, il veicolo subiva ormai una forza frenante così intensa da non poter più portare avanti il proprio compito.

Prima di arrendersi, l’agenzia spaziale statunitense ha giocato un’ultima carta, piuttosto ambiziosa. Negli ultimi mesi aveva affidato alla società americana Katalyst Space la realizzazione di Link, un piccolo dispositivo robotico con tre bracci. Il progetto prevedeva che raggiungesse l’osservatorio, lo agganciasse e lo riportasse più in alto. Il lancio è avvenuto nel luglio 2026, ma poco dopo l’arrivo nello spazio il sistema ha cominciato a perdere il controllo del proprio orientamento e a registrare comunicazioni intermittenti. Nonostante i vari sforzi, il soccorso è fallito.

Tre telescopi a caccia di lampi gamma e supernove

La storia di Swift comincia nel 2004, quando il satellite entra in orbita sotto la guida dell’astrofisico Neil Gehrels. L’obiettivo era studiare i lampi gamma, esplosioni di radiazione improvvise e potentissime che arrivano dalle profondità del cosmo e possono durare da pochi millisecondi fino ad alcuni minuti. Il primo risultato di rilievo arriva già nel 2005. Grazie a tre strumenti di bordo capaci di lavorare in sequenza, cioè il telescopio di allerta, il telescopio a raggi X e il telescopio ultravioletto e ottico, l’osservatorio riuscì a cogliere l’emissione residua di un lampo gamma breve, durato appena 0,03 secondi. “La rilevazione ha consentito di concludere che i lampi brevi derivano probabilmente dalla fusione di due stelle di neutroni, corpi molto densi che concentrano una massa paragonabile a quella del Sole in uno spazio grande quanto una città”, spiega Brad Cenko, responsabile scientifico del programma.

Nel complesso la sonda ha seguito oltre 2mila lampi gamma, spingendosi ben oltre lo scopo per cui era nata. Ha studiato più di 1.400 esplosioni di supernova e assistito alla distruzione di stelle da parte dei buchi neri. Ha monitorato galassie attive, osservato asteroidi e comete e realizzato perfino una mappa del cielo nei raggi X.

Rapidità, flessibilità e un archivio che resta

I veri punti di forza del sistema sono stati soprattutto la rapidità di reazione e la flessibilità. Gli astronomi potevano cambiare il piano di lavoro e puntare i telescopi nel giro di pochi minuti verso un fenomeno appena comparso nel cielo. Allo stesso tempo era possibile programmare osservazioni ripetute della stessa sorgente, così da seguirne l’evoluzione nel tempo. Swift arrivava a gestire fino a 75 obiettivi diversi al giorno, sempre pronto a tenere d’occhio quello che succedeva nell’universo.

La fine della missione non chiude però il contributo scientifico dell’osservatorio. Resta infatti un archivio pubblico con oltre 1,5 milioni di immagini e circa 12 terabyte di dati, uno spazio pari a quello occupato da circa 600 film in alta definizione. Si tratta di un patrimonio che potrà servire per nuove ricerche. Nel frattempo la Nasa lavora per potenziare i telescopi spaziali già operativi e per sviluppare nuovi progetti in grado di raccogliere l’eredità di questa importante sonda.

Fonte: TecnoAndroid

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