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Sangue in CGI nei film horror: perché torna l’effetto pratico

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Nel cinema horror capita sempre più spesso di restare delusi proprio nel momento che dovrebbe far saltare sulla sedia, e il colpevole ha un nome preciso: il sangue in CGI. Che si tratti di una grande produzione o di un film indipendente girato con pochi mezzi, il copione è quasi sempre lo stesso. Si punta tutto sul gore per impressionare, arriva la scena madre e lo schermo si riempie di sangue. Peccato che quel sangue non sembri affatto vero. Appare come una chiazza digitale senza densità, priva di quella consistenza organica che il liquido ha davvero nel corpo umano.

Il sangue resta uno strumento di grande impatto, ma con il digitale perde gran parte della sua forza. Diventa meno disturbante e soprattutto smette di convincere lo spettatore a credere a ciò che vede. Lo stesso vale per arti mozzati e altri dettagli che sulla carta dovrebbero risultare brutali e che invece si sciolgono dentro effetti digitali dall’aspetto povero.

Il problema del sangue finto e delle decisioni rimandate

Alcune saghe ci cascano con una certa frequenza. La serie di The Conjuring ne è un esempio, con scene come quella di un lavandino pieno di un sangue che si capisce subito non essere sangue. Trey Lindsay, esperto di computer grafica applicata al genere, ha individuato con chiarezza l’origine della questione: “C’è un atteggiamento paranoico e una resistenza a impegnarsi in una scelta creativa con un anticipo sufficiente per poterla realizzare nel modo giusto”. In pratica il digitale diventa una scorciatoia frettolosa per evitare di decidere sul set come mettere in scena il gore. E le società di effetti speciali, strette tra fretta e indecisione, finiscono per consegnare lavori lasciati a metà.

Non a caso molti dei film più riusciti e di maggior successo dell’anno hanno preso la strada opposta, tornando agli effetti pratici. In Obsession una scena di massacro particolarmente feroce è stata girata con un fantoccio da distruggere davvero. Primate, pur avendo un animale al centro della storia, ha cercato di sfruttare quanti più elementi fisici possibile grazie al supporto di uno studio specializzato. Il sangue resta finto e certi trucchi si vedono ancora, ma per Zach Cregger, nuovo talento del genere, questa è comunque la via migliore: “Anche se si vedono le cuciture, sarò molto più indulgente con un effetto pratico artificiale che con uno digitale artificiale”.

Resident Evil, l’intelligenza artificiale e il pubblico più giovane

Lo stesso Cregger, va detto, non ha rinunciato del tutto alla computer grafica nel suo Resident Evil. Ha scelto un mix, ricorrendo al digitale solo in momenti mirati e sempre con l’intenzione di renderlo efficace sullo schermo. La scelta del fisico rimane comunque più faticosa, perché allunga le giornate di riprese. Dopo ogni ciak sporco di sangue bisogna pulire tutto e rifare il trucco agli attori prima di ricominciare.

Non si tratta però di un semplice capriccio artistico. Questo ritorno all’artigianato potrebbe essere la chiave per riportare il pubblico a vivere l’horror come uno spettacolo da sala. Nell’industria c’è chi osserva come l’intelligenza artificiale riesca a generare con estrema facilità “momenti di spettacolo” non così diversi da quel lavandino colmo di sangue digitale, e molti giovani tendono a rifiutare proprio quell’estetica. I film che provano a costruire qualcosa di più curato ottengono invece il beneficio del dubbio anche quando il trucco si nota, perché almeno qualcuno ci ha messo le mani. E alla fine vale la regola di sempre, secondo cui la migliore computer grafica è quella che passa inosservata perché lo sguardo resta catturato dalla magia del cinema nel resto dell’inquadratura.

Fonte: TecnoAndroid

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