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Un fossile di dinosauro vecchio di 115 milioni di anni potrebbe offrire la prova più solida mai raccolta che il sangue di dinosauro sia in grado di fossilizzarsi. Le immagini ad alta risoluzione e le analisi chimiche condotte sul reperto indicano infatti la presenza di strutture compatibili con cellule del sangue, conservate per un intervallo di tempo che sfida l’immaginazione. Non tutti nella comunità scientifica però sono pronti ad accettare questa interpretazione, e il dibattito è tutt’altro che chiuso.
Cosa raccontano le analisi sul fossile di dinosauro
Il punto di partenza è un approccio doppio. Da una parte l’imaging, cioè l’osservazione dettagliata delle strutture microscopiche presenti all’interno del reperto. Dall’altra la chimica, che serve a capire di cosa siano fatte quelle strutture e se la loro composizione sia coerente con quella di un tessuto biologico. Proprio la combinazione dei due metodi rende il risultato interessante, perché osservare una forma che ricorda una cellula non basta, e serve anche capire se la materia che la compone racconta la stessa storia.
Secondo chi ha condotto lo studio, entrambi gli indizi puntano nella stessa direzione: quelle minuscole strutture sarebbero globuli rimasti intrappolati nel fossile di dinosauro. Se l’ipotesi venisse confermata, si tratterebbe di qualcosa di notevole. Il sangue è un tessuto delicato, che di norma si degrada rapidamente dopo la morte di un organismo, e immaginarne tracce sopravvissute per oltre cento milioni di anni significa spingere parecchio in là i limiti di ciò che si pensava potesse arrivare fino a noi.
È anche per questo che il lavoro viene presentato come una delle evidenze più convincenti finora disponibili. Non si parla insomma di una prima assoluta nel tentativo di rintracciare sangue fossilizzato, ma di un passo che, almeno nelle intenzioni dei ricercatori, poggia su basi più robuste rispetto al passato.
Perché il sangue di dinosauro divide gli scienziati
Il nodo della questione sta tutto nell’interpretazione. Quando si osservano strutture microscopiche dentro un reperto così antico, la tentazione di riconoscervi qualcosa di familiare è forte, ma la natura sa produrre forme ingannevoli. Minerali, processi chimici avvenuti nel corso della fossilizzazione o contaminazioni successive possono generare strutture che a prima vista somigliano a cellule senza esserlo davvero.
Ecco perché una parte degli esperti resta scettica. Il sospetto non riguarda tanto la qualità delle immagini o la serietà delle analisi, quanto la possibilità che i dati ammettano altre spiegazioni oltre a quella biologica. In campi come la paleontologia molecolare, dove ogni scoperta rischia di riscrivere quello che si sa sulla conservazione dei tessuti antichi, la prudenza è quasi un riflesso condizionato. Affermazioni fuori dall’ordinario richiedono prove altrettanto solide, e per qualcuno quelle presentate non hanno ancora raggiunto quella soglia.
La discussione intorno al sangue di dinosauro, del resto, non nasce oggi. Ogni volta che emergono indizi di tessuti molli conservati in reperti antichissimi si apre un confronto acceso tra chi vede la conferma di un fenomeno reale e chi invita a considerare spiegazioni alternative prima di trarre conclusioni. Anche stavolta lo schema si ripete: il fossile di dinosauro da 115 milioni di anni offre elementi che i suoi studiosi considerano i più persuasivi raccolti finora, mentre altri ricercatori non si dicono affatto convinti che quelle strutture siano davvero cellule del sangue.
Fonte: TecnoAndroid


