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Chi conosce solo il Tom Cruise degli ultimi vent’anni, quello appeso agli aerei in volo e lanciato giù dalle pareti dei grattacieli, forse fatica a immaginarselo in ginocchio a dare la cera a un pavimento. Eppure è andata esattamente così sul set di Risky Business, nel 1983, quando l’attore non era ancora una stella ma ci stava andando molto vicino. E quel pavimento lucidato a mano è diventato il motivo per cui una scena da poche righe di sceneggiatura si è trasformata in uno dei momenti più citati del cinema americano.
La premessa è semplice. Sul copione c’era scritto, più o meno, “Joel balla”. Nulla di più. Una parentesi comica in una storia dove la trasgressione più grave del protagonista consiste nel restare solo in casa e scatenarsi in salotto sulle note di Old time rock’n’roll. Per un ventenne che sapeva benissimo quanto pesasse ogni singola inquadratura nella costruzione di una carriera, accontentarsi di un balletto qualsiasi non era un’opzione.
La trattativa con il regista e la cera sul parquet
Il racconto arriva direttamente dall’attore, in un’intervista al BFI. Cruise andò da Paul Brickman, il regista, con una richiesta precisa: voleva scivolare. Entrare in scena planando fino al centro dell’inquadratura, non semplicemente camminare e iniziare a muoversi. Brickman gli ripeteva di ballare e basta, partendo da lì. Lui insisteva, chiedeva di provare. E quando prova, di solito, va fino in fondo.
I primi tentativi furono a piedi nudi. Poi con i calzini. Poi arrivò la soluzione più artigianale possibile: dare la cera al pavimento. Con un effetto collaterale piuttosto prevedibile, cioè una collezione di riprese sbagliate in cui l’attore scivolava ovunque tranne dove serviva, perché la cera era troppa. La messa a punto finale fu chirurgica. Cerare soltanto fino al punto giusto, quello che coincideva con il centro dell’inquadratura, e fermarsi lì. In questo modo la corsa si esauriva esattamente dove doveva.
Immaginare la troupe di Risky Business che osserva un attore giovanissimo armeggiare con la cera e chiedere l’ennesimo ciak fa un certo effetto, considerando che all’epoca nessuno aveva ancora motivo di assecondare le manie di una star che star non era.
Un film che si scriveva giorno per giorno
Il bello è che quell’improvvisazione non era un’eccezione. Una volta capito il meccanismo, la scena è nata muovendosi e sperimentando durante le riprese stesse. Poi, in fase di montaggio, Cruise si presentò in sala e Brickman gli mostrò le varie possibilità, le diverse versioni assemblate a partire dal materiale girato.
Del resto il film funzionava un po’ così. L’attore ha ammesso che alcune scene venivano scritte lo stesso giorno in cui si giravano, e che scopriva la storia mentre la interpretava. Un metodo che oggi, con budget e calendari blindati, sarebbe quasi impensabile per un titolo destinato al grande pubblico.
Risky Business uscì il 5 agosto 1983, dura un’ora e quarantacinque minuti, porta la firma di Paul Brickman alla regia e schiera accanto a Cruise anche Rebecca De Mornay e Joe Pantoliano. Le valutazioni parlano di un 4,0 da parte della stampa e di un 3,1 tra gli utenti, numeri che raccontano un film accolto molto bene dalla critica e in modo più tiepido da chi lo ha visto negli anni successivi.
Resta il fatto che quel pavimento tirato a lucido ha prodotto un’immagine entrata nell’immaginario collettivo: camicia bianca, occhiali da sole, calzini e il resto lasciato all’intuizione di un ragazzo che aveva capito prima degli altri come si costruisce un momento memorabile. Una scivolata calcolata al centimetro, con la cera dosata come fosse un ingrediente di scena.








