Vai al contenuto
Offerte

Planarie cannibali, Harvard riapre il mistero della memoria

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

L’idea di una memoria trasferibile attraverso il cibo ha tutta l’aria di una trovata da romanzo di fantascienza, eppure per un certo periodo è stata al centro di un vero e proprio caso mediatico. Protagonisti della vicenda sono piccoli vermi piatti, le planarie, insieme a un’ipotesi che a distanza di 60 anni continua a non trovare una spiegazione convincente. Un enigma scientifico che, a quanto pare, non ha mai smesso di stuzzicare la curiosità dei ricercatori.

Al centro di tutto c’è una domanda semplice solo in apparenza. È possibile che un ricordo passi da un organismo all’altro non attraverso l’insegnamento o l’esperienza diretta ma semplicemente mangiando? Per molti suona come una provocazione. Per qualcuno, invece, è stata una pista di ricerca da prendere sul serio, tanto da finire sotto la lente dei laboratori a più riprese.

Le planarie cannibali di James McConnell

La storia comincia negli anni ’60 con lo psicologo James McConnell. La sua tesi era tanto lineare quanto spiazzante: la memoria sarebbe stata trasferibile con il cibo. Il meccanismo proposto non richiedeva strumenti particolarmente sofisticati. Bastava prendere un verme piatto che era stato addestrato, quindi capace di aver appreso qualcosa, e dare i suoi resti in pasto a un altro esemplare. Secondo McConnell, il secondo verme avrebbe così acquisito parte di ciò che il primo aveva imparato.

Da qui nasce l’immagine delle planarie cannibali, diventata nel tempo il simbolo stesso di questa vicenda. Vermi che si nutrono dei propri simili e che, nutrendosi, assorbirebbero anche le loro conoscenze. Nel dibattito che ne è seguito un ruolo di primo piano lo ha avuto l’RNA, la molecola chiamata in causa quando si cercava di capire che cosa potesse effettivamente passare da un animale all’altro. È proprio questo intreccio tra biologia molecolare e comportamento ad aver trasformato un esperimento di laboratorio in un argomento capace di uscire dalle riviste specializzate e arrivare al grande pubblico. Il punto è che, a distanza di sei decenni, nessuno sa ancora spiegare con certezza cosa ci fosse dietro quelle osservazioni. L’ipotesi della memoria trasferibile non è mai stata del tutto archiviata ma nemmeno pienamente dimostrata. Un limbo scientifico piuttosto raro, che ha continuato ad alimentare discussioni e perplessità.

Il nuovo tentativo di Harvard nel 2025

La parte più sorprendente della vicenda, però, arriva molto più tardi. Nel 2025 un laboratorio di Harvard guidato dal neuroscienziato Sam Gershman ha deciso di rimettere mano a quella vecchia prova e di provare a ripeterla. Un’iniziativa che a prima vista può sembrare quasi assurda, considerando quanto tempo è passato e quanto la teoria di McConnell sia stata a lungo guardata con sospetto.

Eppure il fatto stesso che un gruppo di ricerca di questo livello abbia scelto di tornare sulle planarie racconta bene quanto il mistero sia rimasto aperto. Riprodurre un esperimento è uno dei passaggi fondamentali del metodo scientifico, perché permette di verificare se un risultato regge alla prova dei fatti oppure se va ridimensionato. Nel caso della memoria trasferibile tramite il cibo, la questione non era mai stata chiusa in modo definitivo. Così, oltre mezzo secolo dopo le prime affermazioni dello psicologo americano, i vermi piatti sono tornati protagonisti in laboratorio. L’obiettivo del team di Sam Gershman era proprio quello di ripetere la prova ideata negli anni ’60, riportando sotto osservazione un’ipotesi che da 60 anni nessuno è ancora riuscito a spiegare.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
96 Condivisioni