La prima grande controversia di Overwatch non riguardava il bilanciamento degli eroi, né qualche bug clamoroso al lancio. Riguardava il fondoschiena di Tracer. Una storia che ha fatto il giro del web nel 2016 e che, a distanza di un decennio, il co-creatore del gioco Jeff Kaplan ha finalmente voluto chiarire una volta per tutte.
Per chi non ricordasse i fatti, durante la fase beta di Overwatch un giocatore sollevò una polemica su una specifica posa della vittoria di Tracer, ritenuta eccessivamente sessualizzata e non in linea con il carattere del personaggio. La questione divenne virale in pochissimo tempo, e quando Blizzard modificò quella posa, gran parte della community gridò alla censura. Il termine che si diffuse ovunque fu piuttosto esplicito: accusarono gli sviluppatori di aver “nerfato il sedere di Tracer”. Un’espressione che, per quanto grottesca, finì per diventare uno dei meme più duraturi nella storia del gioco.
Cosa ha detto davvero Jeff Kaplan
A dieci anni dal lancio originale, Jeff Kaplan ha deciso di rimettere le cose in chiaro. Il co-creatore di Overwatch ha smentito seccamente quella narrativa, dichiarando in modo inequivocabile: “In realtà non abbiamo nerfato il sedere di Tracer”. Una frase semplice, diretta, che però smantella un mito che si è trascinato per un decennio nella cultura videoludica.
La questione, al tempo, assunse proporzioni enormi. Forum, social, articoli, video su YouTube: tutti ne parlavano. E la percezione dominante rimase sempre la stessa, cioè che Blizzard avesse ceduto alle pressioni esterne cambiando il design del personaggio. Kaplan, però, racconta una versione diversa dei fatti. La modifica alla posa di Tracer non fu una concessione alla polemica, ma una scelta interna dello studio, probabilmente già in programma o comunque motivata da ragioni creative che prescindevano dal dibattito pubblico.
Perché questa storia conta ancora oggi
Può sembrare assurdo parlarne nel 2026, eppure questa vicenda resta significativa per diversi motivi. Prima di tutto, è un esempio perfetto di come le controversie videoludiche possano alimentarsi di narrazioni imprecise e poi cristallizzarsi nella memoria collettiva come fatti accertati. Nessuno, o quasi, si era mai fermato a verificare davvero cosa fosse successo dietro le quinte.
In secondo luogo, racconta molto dello spirito di quegli anni. Overwatch arrivò in un momento in cui il dibattito sulla rappresentazione dei personaggi nei videogiochi era particolarmente acceso, e qualsiasi decisione di design veniva letta attraverso quella lente. Il caso Tracer divenne una sorta di cartina tornasole: chi lo usava per denunciare la censura, chi per chiedere maggiore attenzione nella caratterizzazione dei personaggi femminili.
Il fatto che Jeff Kaplan abbia scelto proprio ora, a un decennio di distanza, per chiarire la questione, dà l’idea di quanto quella vicenda lo avesse in qualche modo segnato. Per chi ha lavorato su Overwatch fin dall’inizio, vedersi etichettare come “quelli che hanno nerfato il sedere di Tracer” non dev’essere stato esattamente il tipo di eredità sperata.
La dichiarazione di Kaplan, per quanto arrivi con notevole ritardo, aggiunge un tassello importante alla storia dello sviluppo di Overwatch. E dimostra che certe leggende metropolitane del gaming, anche le più radicate, meritano sempre di essere verificate prima di essere date per buone.