La NASA ha portato nello spazio di tutto, dai moscerini della frutta ai ragni, ma forse l’esperimento più bizzarro e affascinante riguarda le meduse in microgravità. Sì, proprio così: migliaia di meduse sono state inviate oltre l’atmosfera terrestre per studiare come l’assenza di gravità influisce su organismi viventi. E i risultati, va detto, sono stati parecchio interessanti.
Perché proprio le meduse?
La domanda è legittima. Cosa c’entrano le meduse con l’esplorazione spaziale? In realtà c’entrano più di quanto si pensi. Le meduse possiedono un sistema sensoriale che permette loro di orientarsi grazie alla gravità terrestre: piccoli cristalli di solfato di calcio, chiamati statoliti, funzionano un po’ come il nostro orecchio interno. Quando una medusa si inclina, questi cristalli si spostano e inviano segnali al sistema nervoso per ristabilire l’equilibrio. Questo meccanismo, nella sua semplicità, le rende un modello biologico perfetto per capire cosa succede quando la gravità viene a mancare.
L’esperimento più noto risale al 1991, quando la NASA portò circa 2.478 polipi di medusa (nella fase giovanile, diciamo) a bordo dello Space Shuttle Columbia, durante la missione SLS 1. In orbita, quei polipi si sono riprodotti fino a generare circa 60.000 esemplari. Le meduse nate nello spazio sembravano normali a prima vista, nuotavano e si muovevano. Il problema è emerso quando sono state riportate sulla Terra.
Cosa è successo alle meduse nate nello spazio?
Ecco il punto cruciale. Le meduse nate in microgravità non riuscivano a orientarsi correttamente una volta esposte alla gravità terrestre. Mentre le meduse del gruppo di controllo, cresciute normalmente a terra, nuotavano senza difficoltà, quelle spaziali mostravano evidenti problemi di equilibrio e coordinazione. Pulsavano in modo anomalo, giravano su se stesse, faticavano a capire dove fosse “su” e dove fosse “giù”.
Per i ricercatori della NASA e dell’ESA, che hanno collaborato su diversi studi legati alla fisiologia in assenza di peso, questo dato era tutt’altro che banale. Il sistema vestibolare delle meduse è strutturalmente simile a quello umano, almeno nei principi di base. Se le meduse sviluppate senza gravità perdono la capacità di orientarsi, è ragionevole chiedersi cosa possa accadere a un essere umano concepito o cresciuto in condizioni analoghe.
In effetti, gli astronauti che trascorrono lunghi periodi sulla Stazione Spaziale Internazionale sperimentano problemi simili al rientro: vertigini, difficoltà nell’equilibrio, nausea. Il corpo si adatta alla microgravità e poi fatica a riadattarsi quando torna sulla Terra. Le meduse, in un certo senso, hanno confermato e amplificato questa osservazione, dimostrando che un organismo che non ha mai conosciuto la gravità parte già svantaggiato.
Un esperimento ancora attuale
Questi studi, per quanto possano sembrare curiosi, hanno implicazioni serie per il futuro dell’esplorazione spaziale. Se l’umanità vuole davvero stabilirsi sulla Luna o su Marte, capire come la microgravità altera lo sviluppo biologico diventa fondamentale. Le meduse hanno offerto dati preziosi proprio perché il loro ciclo vitale è breve e facilmente osservabile, permettendo ai ricercatori di monitorare generazioni intere in tempi relativamente rapidi.
La NASA continua a finanziare ricerche sugli effetti della microgravità su vari organismi, e le meduse restano uno dei casi di studio più citati nella letteratura scientifica legata alla biologia spaziale. L’ESA, dal canto suo, porta avanti programmi paralleli che esplorano temi affini, con l’obiettivo di preparare missioni di lunga durata che siano sicure non solo per gli astronauti adulti, ma potenzialmente anche per future generazioni nate lontano dalla Terra.