Un satellite capace di capire quello che osserva, senza dover spedire nemmeno una fotografia sulla Terra. Suona quasi fantascientifico eppure è già realtà grazie al lavoro della NASA insieme alla startup LoftOrbital, che hanno messo a punto un software chiamato NAVI-Orbital. In pratica un programma pensato per l’osservazione satellitare, capace di descrivere ciò che vede e persino di cercare ciò che gli viene chiesto.
Il ruolo dei satelliti è sempre stato piuttosto lineare. Raccolgono dati, li mandano a Terra e qui vengono analizzati. Fin qui tutto bene, il metodo funziona. Il problema è che le cose si stanno complicando. I satelliti aumentano di continuo (un saluto a Elon Musk) e questo significa una valanga di informazioni che scende verso il nostro pianeta. Non ci sono abbastanza persone, energia o tempo per analizzare una tale mole di dati. Da qui l’idea di cambiare approccio.
Come funziona un modello che vede e capisce
NAVI-Orbital si appoggia a Gemma 3, una serie di modelli di visione e linguaggio sviluppati da Google DeepMind. Come suggerisce il nome stesso, questi modelli sono in grado di elaborare tanto immagini quanto testo. Con il giusto addestramento riescono a descrivere le immagini e a rispondere a comandi semplici scritti. Prima serviva una montagna di comandi informatici complessi per far eseguire un’operazione a un satellite e, anche così, i risultati dovevano essere passati al vaglio da persone in carne e ossa. Adesso basta formulare una richiesta perché il satellite obbedisca e analizzi da sé i risultati.
Un esempio chiaro di cosa può fare riguarda la ricerca di oggetti, costruzioni o elementi geografici. Se sa riconoscere cos’è un fiume, può cercare e mostrare tutti i fiumi presenti in una certa area. Lo stesso vale per i ponti o le strade. Ma non finisce lì, perché può anche individuare anomalie in quei luoghi. Può trovare fiumi sul punto di esondare, oppure strade dove si è verificato un incidente.
Perché è molto più veloce
Gran parte degli algoritmi di intelligenza artificiale invia le informazioni ai centri dati, dove tutto viene elaborato prima di restituire il risultato. Qui invece si sfrutta quella che viene chiamata IA in edge. Vale a dire che l’intero modello gira direttamente sullo stesso dispositivo che cattura i dati, ovvero il satellite. Questo cambia le carte in tavola in termini di velocità.
Le prime prove sono state condotte lo scorso mese di aprile con il satellite YAM-9, che integra già il nuovo software, e i risultati sono stati ottimi. È stata la prima volta che un satellite è riuscito a descrivere ciò che “vede”. Ecco perché la NASA e LoftOrbital sono già piuttosto entusiasti delle possibili applicazioni. L’idea è quella di impiegare intere costellazioni di satelliti dotati di NAVI-Orbital per sorvegliare il pianeta, con impieghi sia civili sia di difesa. Si potrebbero cercare sversamenti di petrolio, per esempio, ma anche studiare possibili attacchi militari.
La differenza rispetto a quanto abbiamo oggi sta tutta qui. Non c’è più bisogno di analizzare nulla a Terra. Non si mette più un satellite a scattare foto del mare per poi far analizzare tutto a un gruppo di persone o a un algoritmo in cerca di sversamenti. È lo stesso satellite che si risparmia l’invio di migliaia di foto inutili e analizza direttamente ciò che ha davanti. Il risultato è più rapido, più economico e più efficiente. Potrebbe persino diventare il futuro dell’osservazione satellitare, anche se è ancora troppo presto per dirlo. Bisognerà osservare come si evolveranno questi modelli, che hanno appena iniziato ad affrontare le prime prove.