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Una multa record si abbatte su Meta, che dovrà versare circa 22,2 miliardi di euro per aver ingannato gli utenti di Facebook sul modo in cui venivano trattati i loro dati personali. A stabilirlo è stato un giudice del New Mexico, con una decisione che rientra tra le sanzioni più pesanti mai inflitte a un’azienda negli Stati Uniti. Alla radice di tutto c’è ancora lo scandalo Cambridge Analytica, la vicenda che otto anni fa mise sotto accusa le pratiche del social network sulla raccolta e sulla gestione delle informazioni di chi lo utilizzava ogni giorno.
Per molti quella storia apparteneva ormai al passato, archiviata tra le grandi polemiche che hanno segnato il rapporto tra le piattaforme digitali e la privacy. Invece il conto è arrivato adesso, e le conseguenze economiche hanno raggiunto dimensioni davvero impressionanti. Non si parla di un semplice richiamo o di un accordo di facciata ma di una cifra che colpisce per la sua portata, legata a doppio filo a una domanda molto concreta: cosa sapevano davvero gli utenti di ciò che accadeva ai loro dati?
Quasi 44 milioni di violazioni accertate in tribunale
La sanzione non è piovuta dal nulla. Il verdetto del tribunale del New Mexico arriva al termine di un processo che ha portato ad accertare la bellezza di 43.899.725 violazioni delle leggi statali sulla tutela dei consumatori. Un numero che da solo aiuta a capire perché l’importo finale sia lievitato fino a toccare quota 22,2 miliardi di euro. Al centro delle contestazioni non c’è tanto un singolo episodio quanto il comportamento complessivo dell’azienda, accusata di aver fornito agli utenti un quadro poco veritiero delle proprie pratiche in materia di dati personali.
Il punto, per i giudici, è proprio questo. Chi apriva un profilo su Facebook e condivideva informazioni con amici e conoscenti non aveva gli strumenti per comprendere fino in fondo dove sarebbero finiti quei contenuti. Ed è su questo terreno, quello dell’inganno nei confronti dei consumatori, che la condanna di Meta ha preso forma, trasformandosi in una delle pagine più costose nella storia della società guidata da Menlo Park.
Dal caso del 2018 al procedimento avviato nel 2021
Per ricostruire l’origine della vicenda serve fare un salto indietro fino al 2018. In quell’anno venne fuori che Cambridge Analytica, società britannica di consulenza politica coinvolta nella campagna presidenziale di Donald Trump del 2016, era riuscita a ottenere informazioni personali relative a un massimo di 87 milioni di utenti Facebook. Il tutto passando attraverso un’applicazione esterna e senza che ci fosse un consenso adeguato da parte delle persone interessate.
Fu un terremoto. La notizia mise in discussione l’intero sistema con cui il social network raccoglieva e amministrava le informazioni dei propri iscritti, aprendo un dibattito che negli anni successivi si è allargato ben oltre i confini di quella singola società di consulenza. Il caso Cambridge Analytica è diventato così il simbolo di un problema più grande, legato al controllo che gli utenti hanno, o non hanno, sui propri dati personali. Il procedimento del New Mexico prende le mosse da qui ma non si ferma a quell’episodio. Avviato nel 2021, il processo contro Meta ha infatti affrontato questioni decisamente più ampie rispetto alla sola fuga di informazioni finita nelle mani della società britannica, andando a esaminare nel complesso le pratiche di gestione dei dati adottate da Facebook nei confronti dei suoi utenti.
Fonte: TecnoAndroid


