A pochi giorni dal debutto dei Meta Glasses in Italia, il colosso di Menlo Park ha già cambiato le carte in tavola per tutti i suoi occhiali smart, legando alcune funzioni avanzate a un abbonamento chiamato Meta One Premium Plan. Il cambiamento tocca l’intera gamma, quindi Ray-Ban Meta, Oakley Meta e i nuovissimi Meta Glasses. La funzione al centro della vicenda si chiama Conversation Focus, quella che sfrutta beamforming, audio spaziale e intelligenza artificiale per far emergere la voce di chi parla in ambienti caotici come bar, ristoranti o mezzi affollati.
Il punto che ha fatto storcere il naso a molti riguarda i limiti. Senza abbonamento la funzione si può usare per 3 ore al mese, mentre chi paga il Meta One Premium Plan arriva a 15 ore mensili. Il paradosso è evidente: anche mettendo mano al portafoglio, il tetto rimane. L’abbonamento porta con sé anche il Premium Device Support, ossia un canale più veloce verso tecnici veri e propri quando qualcosa non funziona come dovrebbe.
Una funzione che gira sul dispositivo, ma resta a pagamento
C’è un aspetto che rende la scelta ancora più curiosa. Conversation Focus lavora tutto in locale, sul dispositivo, senza spedire nulla ai server di Meta per l’elaborazione. Quindi non stiamo parlando di costi legati al cloud o ai famosi token dell’AI, cosa che un portavoce dell’azienda ha ribadito senza troppi giri di parole. Meta sostiene inoltre che, guardando ai dati del programma di accesso anticipato, la stragrande maggioranza degli utenti non supera nemmeno le 3 ore gratuite, e promette di ascoltare i feedback per eventualmente ritoccare le soglie.
Chris Harrison, che dirige il Future Interfaces Group alla Carnegie Mellon University, ha inquadrato la faccenda in modo piuttosto diretto. Secondo lui l’industria negli ultimi 18 mesi ha fatto passi da gigante sull’efficienza nella generazione dei token, per cui qui non si tratta di coprire i costi dell’intelligenza artificiale ma semplicemente di monetizzare i clienti. La logica, spiega, è il vecchio trucco del rasoio e delle lamette: gli occhiali smart vengono venduti a cifre contenute, come i nuovi Meta Glasses che rinunciano al marchio Ray-Ban per abbassare la barriera d’ingresso e costano circa 280 euro, mentre il vero guadagno arriva dal software. E man mano che le funzioni cresceranno, è lecito aspettarsi che altre finiscano dietro un paywall.
Il rischio di un rivale con una strategia diversa
Diversi analisti fanno notare che questa mossa non è affatto senza pericoli. Entro la fine del 2026 sono attesi gli occhiali smart di Google, sviluppati insieme a Samsung e ai marchi Warby Parker e Gentle Monster. Non ci sono ancora dettagli su abbonamenti o limiti, ma Harrison osserva che Google ha mostrato un’efficienza sempre maggiore nei suoi modelli AI e potrebbe scegliere di assorbire quei costi invece di suddividere le funzioni in livelli a pagamento. In sostanza, potrebbe vendere gli occhiali senza chiedere alcun abbonamento.
Questo non vuol dire che Google sia immune ai limiti d’uso. Sui Pixel alcune funzioni come Video Boost richiedono un piano Google One specifico, Gemini è gratuito ma alcune sue funzioni avanzate come Gemini Spark si pagano, e anche il nuovo Google Home Speaker chiede il Google Home Premium per l’esperienza Gemini Live più conversazionale. Nemmeno Apple si tira indietro, dato che con iOS 27 alcune funzioni di editing fotografico basate sull’AI avranno limiti legati al piano iCloud+.
Tutti questi servizi, chiude Harrison, dovranno dimostrare un valore concreto, altrimenti la gente sceglierà la versione gratuita. E su Conversation Focus, utile davvero per chi fatica a sentire negli ambienti rumorosi, il suo giudizio è netto: se vale circa 9 euro al mese, probabilmente la risposta è sì. Il pubblico intanto si ritrova sommerso da abbonamenti, quella che ormai chiamano subscription fatigue, con un malcontento diffuso che potrebbe tradursi in un rifiuto secco di sottoscriverne un altro.