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Si è aperto a Oakland, in California, il processo a Meta che potrebbe riscrivere le regole con cui i social network vengono pensati, costruiti e gestiti. Sul banco degli imputati c’è il colosso di Menlo Park, accusato dai procuratori generali di aver progettato Facebook e Instagram per agganciare gli utenti più giovani, tenerli il più possibile davanti allo schermo e raccogliere dati, nascondendo al pubblico i rischi di quel meccanismo.
La viceprocuratrice generale della California Megan O’Neill ha aperto il dibattimento con parole nette davanti alla giuria, sostenendo che l’obiettivo delle piattaforme fosse proprio quello di trattenere le persone il più a lungo possibile. Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha aggiunto che Meta sarebbe stata consapevole dei danni potenziali per i ragazzi e che, per inseguire il profitto, avrebbe comunque proseguito su quella strada.
Una giuria consultiva e sei settimane di udienze
Il procedimento è presieduto dalla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers. Gli otto membri della giuria sono chiamati a esprimere un verdetto consultivo, che però non sarà vincolante, perché la responsabilità giuridica dell’azienda verrà stabilita dalla giudice. Le udienze dovrebbero andare avanti per circa sei settimane e tra i testimoni attesi ci sono Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato, e Adam Mosseri, responsabile di Instagram.
Le accuse, in realtà, non arrivano dal nulla. Circolano nel dibattito pubblico almeno dal 2021, quando il Senato americano avviò le audizioni sugli effetti di Instagram sui minori, parlando già allora di dinamiche capaci di innescare comportamenti simili alla dipendenza. La citazione formale è arrivata nel 2023. Le arringhe di apertura, quindi, portano in aula una contestazione costruita anno dopo anno. O’Neill ha insistito su un punto delicato, affermando che Meta avrebbe mentito sia al Congresso sia agli utenti sulla sicurezza delle piattaforme e che avrebbe interferito con le ricerche interne sulla salute mentale dei più giovani per evitare polemiche. Secondo l’accusa, la presenza di under 13 su Instagram non è stata un incidente ma una scelta, e le restrizioni introdotte nel tempo sarebbero servite più a ripulire l’immagine pubblica che a cambiare davvero le cose. Il procuratore generale del Kentucky Russell Coleman ha usato un paragone pesante, richiamando le cause contro le major del tabacco negli anni Novanta, chiuse con il Tobacco Master Settlement Agreement del 1998 e con risarcimenti enormi.
La cifra che spaventa e i conti di Meta
Sul fronte economico i numeri fanno impressione. La stessa azienda, per calcoli approssimativi, sostiene che nella peggiore delle ipotesi potrebbe essere condannata a pagare una somma vicina ai 1.300 miliardi di euro, oltre il 93% della propria capitalizzazione. A questo si aggiungerebbero gli eventuali rimedi ingiuntivi decisi dalla giudice e richiesti dagli Stati accusatori, che chiedono alla corte ordini precisi per far cessare le pratiche contestate.
La difesa: Teen Accounts, sondaggi e conversazioni interne
Facebook, Instagram e Messenger avrebbero ricevuto negli anni numerose misure di tutela, secondo la linea difensiva, dai Teen Accounts con restrizioni automatiche su contenuti e contatti fino alla supervisione dei genitori e ai limiti per fasce d’età. L’azienda rivendica collaborazioni con esperti, genitori e istituzioni, considera infondate molte delle pretese dei procuratori generali e ha già fatto sapere di voler ricorrere in appello se necessario.
L’avvocato Paul Schmidt ha richiamato uno studio reso pubblico nel 2019 sull’uso problematico dei social, da cui sarebbero nati strumenti per aiutare gli utenti a gestire il tempo online. Ha poi invitato i giurati a non dare peso ai toni informali dei documenti interni che verranno mostrati, tra cui uno scambio del 2020 in cui un ricercatore scrive che Instagram è una droga e un collega risponde che tutti i social lo sono, arrivando a paragonare chi lavora nel settore a uno spacciatore. Schmidt ha promesso che gli autori di quella conversazione verranno ascoltati in aula.
La difesa mostrerà anche sondaggi secondo cui il 41% degli adolescenti attribuisce a Instagram ricadute positive, il 40% dice di non avvertire effetti e poco meno del 20% parla di conseguenze negative. Solo negli ultimi 3 mesi, ha aggiunto il legale, sono stati rimossi 600.000 account creati da minori di 13 anni, e un funzionario della sanità pubblica del New Jersey ha negato l’esistenza di un legame causale tra social media e dipendenza.
Davanti al tribunale federale di Oakland si sono radunati manifestanti e attivisti, tra cui genitori che attribuiscono all’uso dei social la scomparsa prematura dei propri figli.










