Venti casi confermati, due decessi e un focolaio che cresce a una velocità raramente vista: la malattia meningococcica invasiva legata a un evento sociale nei primi giorni di marzo in un locale di Canterbury, nel Kent, sta facendo parlare di sé ben oltre i confini britannici. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (Ukhsa) ha lanciato un allarme sanitario ufficiale, confermando che il ceppo responsabile è quello della meningite B (Men B). Si tratta, secondo le autorità, di uno dei focolai a più rapida crescita di questa malattia mai registrati nel Paese. Nel frattempo anche la Francia ha segnalato un caso potenzialmente collegato, e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha raccomandato sorveglianza rafforzata e misure mirate per i contatti stretti, come profilassi antibiotica e vaccinazione. Il rischio per la popolazione generale, però, viene valutato come molto basso.
Ma che cos’è esattamente questa patologia, e perché fa così paura? La malattia meningococcica invasiva rientra tra le cosiddette malattie batteriche invasive (Mib), cioè quelle infezioni in cui un batterio, in questo caso il Neisseria meningitidis (meningococco), finisce in siti normalmente sterili come il sangue o il liquido pleurico. Le conseguenze possono essere meningiti e sepsi. La cosa che la rende particolarmente temuta è la velocità: progredisce in fretta ed è potenzialmente letale se non trattata subito con antibiotici. Come spiegano dall’Istituto superiore di sanità (Iss), nel 10 al 20% dei casi il decorso è fulminante e può portare al decesso in poche ore, anche quando la terapia viene somministrata correttamente. Il meningococco nel sangue provoca febbre altissima, ipotensione, petecchie e insufficienza multiorgano.
Quanto è contagiosa e chi rischia di più
L’infezione colpisce soprattutto bambini piccoli e adolescenti. La trasmissione avviene da persona a persona, tramite contatto stretto e prolungato, attraverso le secrezioni respiratorie. Il periodo di incubazione medio è di 3 o 4 giorni, ma può variare da 2 fino a 10. Un dato che forse sorprende: la principale fonte di contagio non sono i malati, bensì i portatori sani del batterio, cioè persone che ospitano il meningococco senza sviluppare la malattia. Solo nello 0,5% dei casi il contagio arriva da soggetti già malati. Chi ha un’infezione invasiva in corso resta contagioso per circa 24 ore dall’inizio della terapia antibiotica specifica. Va detto che il batterio non è contagioso quanto il morbillo o il Sars-Cov-2. Come precisano dall’Ecdc, i focolai di meningite da Neisseria meningitidis si verificano in genere in piccoli gruppi attorno ai casi accertati o in contesti di aggregazione. Non si diffonde nella comunità come un classico virus respiratorio.
Prevenzione: antibiotici per i contatti stretti e vaccinazione
Per limitare i casi secondari è fondamentale che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi antibiotica. L’Ukhsa ha ricordato che un singolo ciclo di antibiotici è efficace nel prevenire il contagio nel 90% dei casi. Nel focolaio di Canterbury gli antibiotici non sono stati distribuiti a tutti gli studenti, ma solo ai contatti stretti e a chi ha frequentato ambienti considerati ad alto rischio.
Esistono poi i vaccini contro il meningococco, che rappresentano la principale difesa contro la meningite causata da questo batterio. Si tratta di vaccini inattivati con elevata efficacia nei confronti di vari sierotipi, raccomandati per tutti i nuovi nati. La vaccinazione anti meningococco B viene somministrata in tre dosi a 3, 5 e 15 mesi di vita. Come sottolineano dalla Società italiana di pediatria (Sip), è importante vaccinare i bambini secondo il Calendario Vaccinale senza rimandare per la paura infondata di somministrare troppi vaccini in poco tempo: la malattia può colpire chiunque a qualunque età, ma i bambini sotto i 5 anni, e in particolare quelli con meno di 1 anno, sono a rischio maggiore.