Per decenni Marte è stato dipinto come un pianeta geologicamente noioso, un mondo più semplice della Terra. Niente tettonica delle placche, una crosta apparentemente incapace di mettere in piedi quei complessi sistemi di magma che alimentano i vulcani terrestri. Eppure qualcosa non torna. Un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy ha trovato dentro il pianeta rosso le tracce di un antico episodio di magmatismo molto più potente di quanto i modelli attuali avessero mai previsto. In pratica, sotto la superficie di Marte si nasconderebbe una storia geologica che ricorda da vicino quella del nostro pianeta.
Il punto di partenza sono i dati raccolti da una missione che ha mappato l’interno del pianeta usando dei sismometri. Quei registri sismici avevano già rivelato la presenza di diversi strati nel sottosuolo marziano. Ogni strato modificava in modo diverso la velocità delle onde sismiche, segnale che la composizione delle rocce cambiava man mano che si scendeva in profondità. Nel nuovo lavoro i ricercatori hanno fatto un passo ulteriore, simulando quale tipo di roccia avrebbe potuto produrre esattamente quelle velocità.
La roccia ultramafica che racconta tutto
La risposta è arrivata sotto forma di uno strato di roccia ultramafica che parte da circa 24 chilometri di profondità e arriva fino al confine tra crosta e mantello. E qui sta il bello, perché questo tipo di roccia ignea non si forma a caso. Di solito compare alla base dei grandi sistemi magmatici. Quando una grande massa di magma inizia a raffreddarsi, i primi minerali a cristallizzare si accumulano sul fondo, mentre il magma rimanente continua a evolversi oppure risale verso i livelli più alti della crosta. Quell’accumulo di cristalli iniziali è una specie di impronta digitale, la firma inconfondibile di un sistema magmatico grande e attivo per lungo tempo.
“Tradizionalmente abbiamo dato per scontato che il vulcanismo su Marte fosse relativamente semplice rispetto a quello terrestre. Ma questa scoperta suggerisce che Marte potrebbe ospitare sistemi estesi e di lunga durata, dove la roccia fusa si evolveva e veniva riprocessata lungo tutta la crosta”, ha spiegato Tobermory Mackay-Champion, autore principale dello studio. Il ricercatore aggiunge un dettaglio che fa girare la testa, ossia la possibilità che sistemi simili esistano con una certa frequenza anche su pianeti rocciosi al di fuori del nostro sistema solare.
Una crosta complessa senza tettonica delle placche
Gli autori ipotizzano che questo strato possa estendersi su ampie regioni dell’emisfero settentrionale di Marte, pur ammettendo un limite non da poco, e cioè che i dati provengono da un unico punto di osservazione. Si tratta del luogo dove è atterrato InSight, il robot geofisico della NASA rimasto operativo tra il 2018 e il 2022. Se l’interpretazione fosse corretta, Marte avrebbe ospitato sistemi magmatici capaci di collegare i processi profondi del mantello con la superficie.
C’è poi un’implicazione che va oltre la semplice presenza di quello strato di roccia. Fino a oggi molti scienziati ritenevano la tettonica delle placche un ingrediente indispensabile per sviluppare una crosta complessa come quella terrestre. Se lo studio ha visto giusto, Marte ci sarebbe riuscito senza quel meccanismo. “Marte ha potuto sviluppare questo tipo di crosta complessa senza tettonica delle placche, allora forse le condizioni necessarie per l’abitabilità potrebbero emergere su più pianeti di quanti credessimo, inclusi quelli che prima venivano scartati per le loro dimensioni o per l’apparente mancanza di attività tettonica”, ha dichiarato Jon Wade, coautore dello studio.